Nuovo trailer di “Girls und Panzer: Saishuushou”

Diffuso assieme all’immagine promozionale il nuovo trailer del secondo lungometraggio “Girls und Panzer das Finale” (Girls und Panzer: Saishuushou), che uscirà in Giappone il 15 giugno 2019.
L’evento cinematografico che si compone di sei parti, concludendo la vicenda delle “Girls und Panzer”, debuttava con la prima pellicola il 9 dicembre 2017.

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Girls Und Panzer Saishuushou (Sub ITA)

Girls Und Panzer Saishuushou (Sub ITA)

Esempi di anime censurati in Italia

L’adattamento italiano di Rosa Alpina non presenta nessun riferimento alla Seconda guerra mondiale. La censura, tagliando dieci minuti di ogni episodio, ha eliminato il conflitto mondiale dall’anime.

Nell’adattamento italiano di Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo per Rina, il ciclo mestruale della protagonista è diventato “una malattia misteriosa”.

Nella terza stagione dell’anime sono stati eliminati tutti i riferimenti religiosi. La ricerca del Messia e il Sacro Graal non compaiono nell’adattamento italiano di Sailor Moon.

Nel finale originale di Magic Knight Rayearth, Zagato ed Emeraude vengono uccisi dalle protagoniste mentre nell’adattamento italiano vengono spediti in un’altra dimensione.

L’episodio “La mia adorata Nadia” di Nadia – Il mistero della pietra azzurra non è stato trasmesso in Italia perché composto da troppe canzoni giapponesi.

Nel finale originale di Rocky Joe il pugile muore sul ring mentre nell’adattamento trasmesso in Italia sviene per la fatica.

Sailor Uranus e Sailor Neptune sono molto più di due semplici amiche. L’amore lesbo tra le due eroine di Sailor Moon è stato trasformato dalla tv italiana in una solida amicizia.

Nell’anime originale di Sailor Moon le Sailor Starlights, cambiando sesso, assumono l’identità segreta di una boyband. Una storyline stravolta nell’adattamento italiano dove i tre uomini chiamano le sorelle gemelle in aiuto dallo spazio.

L’adattamento italiano di Sailor Moon ha trasformato il femmineo generale Zachar in una donna eterosessuale e la strega Zirconia in un uomo.

La leggera cotta di Sailor Moon per Sailor Uranus è stata censurata in Italia. La sfumatura lesbo è stata confermata da un bacio tra le due guerriere Sailor nella terza stagione della serie.

Nel gran finale di Sailor Moon, Bunny e Sailor Galaxia rivelano le origini del male a suon di colpi e nudità. Un epilogo che, censurato malamente e privato del monologo finale, non ha granché senso nell’adattamento trasmesso in Italia.

Nel finale del film trasmesso in Italia Candy si fidanza con Terence mentre nell’anime originale corona il sogno d’amore con Albert.

Nell’anime originale Mila, ritenendo Sunny il frutto di una relazione extraconiugale, schiaffeggia il padre. Nell’adattamento di Mila e Shiro trasmesso in Italia non c’è uno scontro tra i due personaggi.

Il violento schiaffo di Mister Daimon a Nami è stato censurato in Italia. Nell’anime originale di Mila e Shiro l’allenatore colpisce la ragazza fino a farle uscire il sangue dalla bocca.

La sequenza di Mila e Shiro in cui Mila ha il ciclo mestruale è stata stravolta dal doppiaggio italiano che ha visto la protagonista inquieta a causa di un brutto sogno.

Il sogno erotico di Shiro è stato censurato in Italia. Nell’anime originale Shiro bacia Mila mentre nell’adattamento italiano il sogno si interrompe prima del bacio tra i protagonisti.

Chiacchierando sotto la doccia con un’amica, Mila si specchia con addosso solo un asciugamano. Una sequenza censurata con un fermo immagine accompagnato dal dialogo tra le due.

Nell’adattamento italiano di Lady Oscar, Nicole Olivier è una mendicante mentre nell’anime originale è una prostituta.

Nell’anime originale di Lady Oscar, Nicole Olivier accusa Maria Antonietta di avere rapporti sessuali con altre donne tra cui Lady Oscar. Nell’adattamento italiano Nicole Olivier accusa la regina di “atti terribili”.

I dialoghi dei Cavalieri dello zodiaco sono stati stravolti in Italia. Se nell’anime originale gli eroi sono aggressivi e sboccati, nell’adattamento italiano hanno un linguaggio aulico e cavalleresco. La censura ha inoltre modificato i nomi dei personaggi per incrementare le vendite del merchandising.

La parola morte non compare nella serie di Naruto trasmessa in Italia. I personaggi di Naruto non muoiono ma scompaiono. Che senso ha?

La liaison tra Rossana e il manager Robbie è stata trasformata nell’adattamento italiano in una solida amicizia.

Nella serie giapponese la madre naturale di Rossana partorisce la protagonista a quattordici anni e la abbandona. Nell’adattamento italiano la donna dà alla luce Rossana a ventiquattro anni e la abbandona in seguito a un incidente.

Dopo un litigio con la sorella, Heric sferra un pugno sul muro e la sua mano inizia a sanguinare. La sequenza è stata eliminata nell’adattamento italiano.

Nell’anime originale di Rossana, Heric viene soprannominato “figlio del diavolo” dalla sorella. Un’accusa più grave del “diavoletto” dell’adattamento italiano perché Nelly reputa Heric responsabile della morte della madre.

Nell’adattamento trasmesso in Italia Heric e Rossana si prendono in giro durante un litigio al parco. Nell’anime originale Heric rivela a Rossana che l’unico modo per aiutarlo è ucciderlo. Un’affermazione che rende comprensibile al pubblico italiano la fuga di Rossana in lacrime.

È quasi magia Johnny ha subito numerose censure tra cui il sogno erotico di Johnny sulla cugina. L’adattamento trasmesso in Italia, iniziando dal brusco risveglio di Johnny, ha reso incomprensibile il disagio del protagonista con la cugina.

Il bacio tra i protagonisti sulla panchina, presente nella sigla di È quasi magia Johnny, è stato eliminato nell’episodio trasmesso in Italia.

Nella serie di Detective Conan trasmessa in Italia le parole uccidere, assassino e sangue sono state eliminate e le sequenze più violente sono state modificate in bianco e nero.

Nell’anime originale Yuri lascia Miki perché crede sia sua sorella. Una storyline censurata nell’adattamento italiano di Piccoli problemi di cuore che, anticipando l’epilogo all’episodio 71, ha saltato il matrimonio tra i due protagonisti.

Fonte: Wired

I 40 anni di “Conan, il ragazzo del futuro”

Andrea Fontana, Fumettologica, 4 aprile 2018

Per una strana coincidenza temporale, ad aprile 2018 cadono due compleanni fondamentali per l’animazione giapponese e non solo: i 40 anni di Conan il ragazzo del futuro (Mirai Shonen Conan) e i 30 di Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro) – di cui parleremo in un articolo a parte – entrambi considerati tra le vette dell’opera di Hayao Miyazaki.Moltissimi conoscono il regista per il suo lavoro allo Studio Ghibli, in cui ha potuto esprimere il meglio del suo essere autore e animatore, attraverso una carriera straordinaria e sempre più sorprendente. In pochi conoscono il lavoro fondamentale del Miyazaki pre-Ghibli. Miyazaki inizia la sua carriera nel 1963 alla Tōei Animation, lo studio di animazione che per primo ha contribuito a dar corpo a una specifica identità dei cosiddetti anime. L’esperienza alla Tōei gli permette di ricoprire molti ruoli, prevalentemente “artigianali”, dimostrando a tutti il suo valore. Dalla Tōei passa poi alla A Production, seguendo uno dei suoi maestri, Yasuo Ōtsuka. Nel 1973 inizia a collaborare con la Zuiyo Pictures, che diverrà presto Nippon Animation. In questo periodo contribuisce in maniera fondamentale al progetto World Masterpiece Theatre, che si pone l’obiettivo di realizzare serie animate tratte dai capolavori della letteratura per ragazzi. Nel 1978 Miyazaki ha un’esperienza ormai decennale, ha ricoperto tutti i ruoli tipici dell’animatore, il suo nome è praticamente sulla bocca di tutti, complice il suo perfezionismo, il suo virtuosismo e la capacità di proporsi anche in veste di autore consigliando colleghi con ben più esperienza di lui. Per questo motivo la televisione statale, la NHK (acronimo di Nippon Hōsō Kyōkai), che fino a questo momento non ha mai dedicato molta attenzione all’animazione, decide di affidargli una serie che celebri il suo venticinquesimo anniversario.
Molto liberamente ispirato al romanzo The Incredible Tide di Alexander Key, Conan il ragazzo del futuro racconta di un mondo post-apocalittico in cui un ragazzo, il Conan del titolo, si innamora di Lana, la nipote di un importante scienziato. Insieme i due vivranno una serie di avventure che li porterà a combattere contro Repka, malvagio militare di Indastria che intende ripristinare quelle terribili armi che hanno contribuito alla totale distruzione del pianeta. Sono passati quarant’anni dalla prima messa in onda di questa serie composta da 26 episodi eppure, ancora oggi, non se ne riconosce a dovere l’importanza storica. Un’importanza che viaggia su due binari paralleli ma in qualche modo connessi: uno ha a che fare con l’opera di Miyazaki in particolare e dello Studio Ghibli in generale; l’altra con gli effetti che questa serie ha avuto su un’intera generazione. Conan il ragazzo del futuro può essere considerato una sorta di rivendicazione. Nel 1968 un gruppo di artisti, animatori e professionisti del settore, giovani con l’intenzione di cambiare e definire il futuro degli anime, realizza La grande avventura del principe Valiant (Taiyō no ōji – Horusu no daiboken), un lungometraggio animato che per cura dei dettagli, tipologia di messa in scena, approccio narrativo rappresenta una vera e propria svolta. Quando esce è un fallimento totale, ma contiene i germi che convoglieranno nella formazione autoriale di importanti personalità come Isao Takahata, che ne è regista, e Hayao Miyazaki, che contribuisce alle animazioni.
Conan, in termini puramente ideologici, ne è una sorta di riproposizione. Questa serie e Anna dai capelli rossi (Akage no An), che andrà in onda l’anno successivo e sarà diretta e curata da Takahata (ancora con il contributo di Miyazaki), sono due facce dello stesso manifesto poetico che, qualche anno dopo, sarà alla base della nascita dello Studio Ghibli. Pensatela così: quando si guardano film come Il mio vicino Totoro, Una tomba per le lucciole, Porco Rosso, Pioggia di ricordi, Princess Mononoke, La città incantata, Si alza il vento e La storia della principessa splendente non si possono non considerare le due suddette opere come l’inizio di tutto, il seme da cui tutto è germogliato. Conan il ragazzo del futuro, pur rappresentando l’esordio di Miyazaki alla regia, svela già un autore maturo, capace di gestire i ritmi con impressionante capacità, in grado di far confluire nella sua storia componenti di riflessione socio-politica insieme a elementi poetici e altamente emozionali. La serie si struttura lungo la dicotomia rappresentata dalla coppia Conan-Lana, che sono una sorta di Adamo ed Eva da cui deve necessariamente ricominciare un mondo nuovo, una nuova società. Una società che deve abbandonare le logiche individualistiche che portano al militarismo, al desiderio assoluto di potere, alla sopraffazione tramite la forza. Una società che deve finalmente cominciare a rispettare il mondo inteso in senso panteistico: da qui deriva tutto quel pensiero ecologista intrinsecamente miyazakiano e che vede un rapporto tra Uomo e Natura di totale rispetto. Proprio come in Nausicaä della Valle del vento o Laputa – Castello nel cielo fino ad arrivare a Princess Mononoke e Si alza il vento. C’è l’amore di Miyazaki per il design tecnologico e, di conseguenza, per il volo, una passione che torna e ritorna costantemente. C’è il suo desiderio di raccontare una storia che nel suo essere universale porta con sé diversi piani di lettura, capaci di essere assorbiti dai più piccoli e dai più grandi. Rivedere oggi Conan il ragazzo del futuro significa rielaborare a ritroso tutta la produzione miyazakiana e capire che era già tutto lì, in quei ventisei episodi andati in onda in Giappone per la prima volta nel 1978. Questa densità di contenuti ma anche questa capacità di porsi come immaginario unico e rivoluzionario hanno avuto conseguenze inevitabili su un’intera generazione. Per questo motivo ho deciso di interpellare alcune personalità di spicco del fumetto italiano e non solo.
Il primo a cui ho chiesto come e perché Conan abbia avuto conseguenze sulla sua opera è qualcuno che ben nasconde questa influenza, salvo poi dimostrarla in altri modi e contesti: Ausonia, alias Francesco Ciampi (Pinocchio – La storia di un bambino, ABC):
Mirai Shōnen Konan resta la serie animata che più mi ha influenzato. Soprattutto per i suoi adorabili tempi morti e apparentemente ingiustificati per un racconto di fantascienza. L’episodio intitolato Un giorno a Hyarbor – Una giornata sull’isola riassume bene ciò che intendo dire. Si tratta di una serie in cui tutto è perfetto: dalla regia alla caratterizzazione dei personaggi, dai background dipinti all’animazione, passando per la palette cromatica e la colonna sonora. Un capolavoro. Se non lo avete mai visto, recuperatelo. Se lo avete visto da ragazzini, riguardatelo. È meglio di tanta roba uscita recentemente.Chi invece non ha mai nascosto la sua fascinazione per Conan è sicuramente Claudio Acciari (Meka Chan):
Conan il ragazzo del futuro è un cartone animato facile da identificare perché tra le serie giapponesi dell’epoca, a mio giudizio, rappresenta un originale connubio stilistico che mette d’accordo le morbide forme del design dei personaggi, l’armonia delle scelte cromatiche tipiche di serie come Heidi, Anna dai capelli rossi, Tommy, Peline, Belle e Sebastien (per fare alcuni esempi) con scenari apocalittici che, sino a quel momento, erano prerogativa delle serie fantascientifiche firmate da Go Nagai o Leiji Matsumoto. A far pendere il tutto nell’emisfero di ‘prodotto solare’ ci pensa la splendida sigla italiana cantata da Georgia Lepore con la sua dolcissima voce. Mi è difficile pormi da addetto ai lavori dinnanzi a un’opera simile perché il coefficiente artistico va dritto al cuore, è fatto per solleticare la sfera emotiva dello spettatore, un vero e proprio documento che testimonia il livello di libertà espressiva circoscritta agli anni Settanta, non ancora inquinati da asfissianti… ‘illogiche’ di mercato. Mi tornano alla mente scene oggi improponibili dal punto di vista registico come quella in cui Gimsey fuma i “Taba Taba”, o quella in cui lui e Conan vengono sculacciati con un’asse di legno sul Barracuda o quelle che mostrano un dottor Raoh piuttosto manesco anche nei confronti di Lana, tutti atteggiamenti che, nelle produzioni animate moderne, sarebbero attribuiti ai “cattivi” della storia. Miyazaki, invece, ci dimostra che ogni cosa, se contestualizzata secondo un sapiente criterio e regolata da genuine intenzioni, non ci impedisce, in ambito narrativo, di distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Quel che mi colpì durante la prima messa in onda in Italia, nel 1982, fu il contrasto tra lo stile di vita di piccole comunità fatte di artigiani, fabbri, contadini e pescatori che organizzavano il quotidiano in sintonia con quello che il territorio offriva loro, nel rispetto della natura, e il dispotismo di un apparato tutto terrestre, geograficamente distante ma capace di guastare la festa in ogni momento a chi aveva imparato una lezione dagli errori del passato. L’Isola Perduta, forse, rappresenta metaforicamente un punto di partenza dal quale può nascere una Hyarbor o proliferare una Indastria. Ed è proprio nella Torre del Sole di quest’ultima che è ambientata una profetica sequenza che mi fa porre un interrogativo su quale fosse la percezione, negli anni in cui è stata fatta la serie, della realtà virtuale, presentata come un perverso tentativo di generare mere illusioni nella loro accezione più negativa, perché i giovani protagonisti reagiscono con terrore quando l’ologramma di un bimbo sorridente che gioca a palla trapassa il corpo di Lana. Il dottor Raoh si scusa per aver mostrato qualcosa di così spaventoso ai ragazzi, ma era necessario per metterli al corrente di un pericolo, per fortuna sventato.Fabio Ramiro Rossin, illustratore, animatore e fumettista (Feuilleton) è un altro autore per il quale l’influenza di Conan è stata essenziale:
Era l’estate del 1987, forse quella dopo, io avevo cinque anni, forse uno in meno. La canicola seccava l’erba, e il sole rovente mandava a fuoco le 500 parcheggiate. I miei avevano divorziato qualche anno prima, e in attesa della sentenza di affidamento, io passavo le estati in esilio dai nonni, nel casolare color menta poggiato sul pendio di una collina, tra noccioli, olivi e sterpi. Andare a caccia di lucertole significava acchiappare una insolazione, il bambino più vicino con cui giocare era distante chilometri; la meno peggio, era stare all’ombra di quel tetto in amianto. Manco a dirlo, disegnavo tutto il giorno, imparavo a leggere con l’Uomo Ragno e guardavo un sacco di schifezze in televisione, avevo talmente poco da fare che, a tutt’oggi, è il periodo di cui ricordo più dettagli. Era metà mattinata, quando il televisore acceso per caso trasmise quella che sembrava la sigla finale di un cartone disegnato a matita: un cielo giallo come l’estate, un campo di erba alta solcato da un sentiero, una fila di imponenti alberi scorreva di fianco e scompariva alle mie spalle. Mi sembrava di essere stato trascinato in prati in cui non potevo correre. Il giorno successivo, sintonizzai il tv color su quel canale, in attesa di vedere quello che ci sarebbe stato prima. E prima, c’erano dei telefilm a tema mare, tipo il delfino Flipper, o quello della famiglia di biologi che vive in un sommergibile e parla coi delfini, insomma, un botto di delfini. Poi, una musica inquietantemente spensierata, immagini rugginose di città futuribile, dilaniata da terremoti, sommersa da onde gigantesche, bombardata da flotte di aerei da guerra. Di sicuro era un cartone animato, e restai in attesa; dopo tutti quei cetacei mi sarei guardato pure il telegiornale. Fino alla fine, non riconobbi alcun nesso con quello che mi aveva ipnotizzato il giorno prima; non un disegno a matita, di campi nessuna traccia, bensì un sacco di aeroplani, una città mezza miniera mezza fabbrica, due ragazzini che cercano disperatamente di scappare da un mondo di adulti che vorrebbero imporre con l’autorità la loro legge, quella del più forte. Il primo episodio che vidi fu quello in cui Conan si arrampica sul torrione per salvare Lana, la grondaia cede al peso di entrambi, e Conan, stringendo a sé Lana, plana, o meglio precipita, atterrando in piedi. Il dolore zigzaga dalla punta dei piedi fino a drizzargli i capelli, ma Conan stringe la mano di Lana, e riprende la fuga con le gambe a squadro. Da qualche parte, mio padre ha conservato il quaderno su cui tentai di ridisegnare la scena dell’atterraggio. Tornai in città e Conan sparì dall’etere per diversi anni. Di tempo ne è passato parecchio, e forse ho visto questo cartone troppe volte per essere davvero sicuro di quello che pensai in quel primo istante. Ricordo però che, se allora lo scenario raccontato non mi era sembrato plausibile, in qualche modo tremendo, avevo vissuto come reali gli ossessivi e brutali tentativi di spezzare un legame casuale ma predestinato, voluto, e con quella volontà protetto. Col tempo ho capito che Miyazaki era arrivato al momento giusto: stavo iniziando a costruirmi corazze di cinismo per sopravvivere all’incoscienza dei grandi, quando la fiducia spontanea con cui Conan e Lana affrontano la fine del mondo, mi è parsa più giusta del vero. Coi suoi piedi prensili e la sua dedizione al sacrificio, Conan mi aveva fatto superare il pudore infantile che non fa vedere il limite oltre il quale una persona adulta non dovrebbe spingersi; che si riceve ciò che si dà, che non esiste limite all’impegno, che l’empatia è la vera rivoluzione, e che il vero sovversivo non è chi combatte un nemico, ma chi resta fedele a se stesso. Mi aveva in qualche modo fatto capire che le onde, dopo aver tolto, prima o poi restituiscono. Con l’ultimo autore gioco in casa. Manuele Fior ha scritto nel mio (e di Enrico Azzano) libro, Studio Ghibli. L’animazione utopica e meravigliosa di Miyazaki e Takahata (Bietti Edizioni, 2017) e ogni volta che ci vediamo finiamo a parlare di Miyazaki e di Conan in particolare:
Conan il ragazzo del futuro fa parte della seconda ondata di animazione giapponese che si è infranta sugli schermi della televisione italiana agli inizi degli anni Ottanta, dopo quella di Mazinga e Capitan Harlock, per capirsi. Finita l’orgia di raggi neutroni e alabarde spaziali, ai nostri occhi di bambini si apriva una narrazione più raffinata, meno ritmata dal clangore metallico delle mazzate tra robot e psicologicamente più matura. Per un bambino di dieci anni come me all’epoca, guardare Conan voleva dire immedesimarsi istantaneamente nell’eroe e innamorarsi di Lana di un primo amore romantico, esattamente nella maniera in cui più tardi mi sarei immedesimato in Ataru e avrei desiderato sessualmente Lamù (e anche Shinobu). Spesso con la borsa dell’acqua sopra la testa e il termometro sotto il braccio, seguivo i miei eroi per mare e per terra, sognare il loro ricongiungimento e poi, una volta avvenuto, ripartire alla volta del viaggio di ritorno, attraverso il più bel paesaggio post-atomico visto in un cartone animato. A bordo di navi corazzate, scialuppe metalliche, idrovolanti, oggetti volanti monoposto e quell’indimenticabile fortezza volante con le ali larghe come un’autostrada, ho condiviso con loro l’odissea dell’eroe, ho alimentato le stesse nostalgie e esercitato sotto le coperte quei poteri mentali che mi avrebbero ricongiunto alla mia Lana, che ancora non conoscevo ma che sapevo in quel momento captarmi telepaticamente. Se mi chiedete che tipo di fumetto vorrei realizzare oggi, a 42 anni, che storia vorrei raccontare, vi risponderei una che contenga gli stessi ingredienti di Conan. Telepatia, futuro, viaggio, azione. Anzi, ora che ci penso Celestia parlerà più o meno di tutto questo, ma io non sono più Conan e Dora non è Lana.