Soviet Russia invented Anime

Soviet Russia invented Anime – ロシア人は日本のアニメを発明

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Esempi di anime censurati in Italia

L’adattamento italiano di Rosa Alpina non presenta nessun riferimento alla Seconda guerra mondiale. La censura, tagliando dieci minuti di ogni episodio, ha eliminato il conflitto mondiale dall’anime.

Nell’adattamento italiano di Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo per Rina, il ciclo mestruale della protagonista è diventato “una malattia misteriosa”.

Nella terza stagione dell’anime sono stati eliminati tutti i riferimenti religiosi. La ricerca del Messia e il Sacro Graal non compaiono nell’adattamento italiano di Sailor Moon.

Nel finale originale di Magic Knight Rayearth, Zagato ed Emeraude vengono uccisi dalle protagoniste mentre nell’adattamento italiano vengono spediti in un’altra dimensione.

L’episodio “La mia adorata Nadia” di Nadia – Il mistero della pietra azzurra non è stato trasmesso in Italia perché composto da troppe canzoni giapponesi.

Nel finale originale di Rocky Joe il pugile muore sul ring mentre nell’adattamento trasmesso in Italia sviene per la fatica.

Sailor Uranus e Sailor Neptune sono molto più di due semplici amiche. L’amore lesbo tra le due eroine di Sailor Moon è stato trasformato dalla tv italiana in una solida amicizia.

Nell’anime originale di Sailor Moon le Sailor Starlights, cambiando sesso, assumono l’identità segreta di una boyband. Una storyline stravolta nell’adattamento italiano dove i tre uomini chiamano le sorelle gemelle in aiuto dallo spazio.

L’adattamento italiano di Sailor Moon ha trasformato il femmineo generale Zachar in una donna eterosessuale e la strega Zirconia in un uomo.

La leggera cotta di Sailor Moon per Sailor Uranus è stata censurata in Italia. La sfumatura lesbo è stata confermata da un bacio tra le due guerriere Sailor nella terza stagione della serie.

Nel gran finale di Sailor Moon, Bunny e Sailor Galaxia rivelano le origini del male a suon di colpi e nudità. Un epilogo che, censurato malamente e privato del monologo finale, non ha granché senso nell’adattamento trasmesso in Italia.

Nel finale del film trasmesso in Italia Candy si fidanza con Terence mentre nell’anime originale corona il sogno d’amore con Albert.

Nell’anime originale Mila, ritenendo Sunny il frutto di una relazione extraconiugale, schiaffeggia il padre. Nell’adattamento di Mila e Shiro trasmesso in Italia non c’è uno scontro tra i due personaggi.

Il violento schiaffo di Mister Daimon a Nami è stato censurato in Italia. Nell’anime originale di Mila e Shiro l’allenatore colpisce la ragazza fino a farle uscire il sangue dalla bocca.

La sequenza di Mila e Shiro in cui Mila ha il ciclo mestruale è stata stravolta dal doppiaggio italiano che ha visto la protagonista inquieta a causa di un brutto sogno.

Il sogno erotico di Shiro è stato censurato in Italia. Nell’anime originale Shiro bacia Mila mentre nell’adattamento italiano il sogno si interrompe prima del bacio tra i protagonisti.

Chiacchierando sotto la doccia con un’amica, Mila si specchia con addosso solo un asciugamano. Una sequenza censurata con un fermo immagine accompagnato dal dialogo tra le due.

Nell’adattamento italiano di Lady Oscar, Nicole Olivier è una mendicante mentre nell’anime originale è una prostituta.

Nell’anime originale di Lady Oscar, Nicole Olivier accusa Maria Antonietta di avere rapporti sessuali con altre donne tra cui Lady Oscar. Nell’adattamento italiano Nicole Olivier accusa la regina di “atti terribili”.

I dialoghi dei Cavalieri dello zodiaco sono stati stravolti in Italia. Se nell’anime originale gli eroi sono aggressivi e sboccati, nell’adattamento italiano hanno un linguaggio aulico e cavalleresco. La censura ha inoltre modificato i nomi dei personaggi per incrementare le vendite del merchandising.

La parola morte non compare nella serie di Naruto trasmessa in Italia. I personaggi di Naruto non muoiono ma scompaiono. Che senso ha?

La liaison tra Rossana e il manager Robbie è stata trasformata nell’adattamento italiano in una solida amicizia.

Nella serie giapponese la madre naturale di Rossana partorisce la protagonista a quattordici anni e la abbandona. Nell’adattamento italiano la donna dà alla luce Rossana a ventiquattro anni e la abbandona in seguito a un incidente.

Dopo un litigio con la sorella, Heric sferra un pugno sul muro e la sua mano inizia a sanguinare. La sequenza è stata eliminata nell’adattamento italiano.

Nell’anime originale di Rossana, Heric viene soprannominato “figlio del diavolo” dalla sorella. Un’accusa più grave del “diavoletto” dell’adattamento italiano perché Nelly reputa Heric responsabile della morte della madre.

Nell’adattamento trasmesso in Italia Heric e Rossana si prendono in giro durante un litigio al parco. Nell’anime originale Heric rivela a Rossana che l’unico modo per aiutarlo è ucciderlo. Un’affermazione che rende comprensibile al pubblico italiano la fuga di Rossana in lacrime.

È quasi magia Johnny ha subito numerose censure tra cui il sogno erotico di Johnny sulla cugina. L’adattamento trasmesso in Italia, iniziando dal brusco risveglio di Johnny, ha reso incomprensibile il disagio del protagonista con la cugina.

Il bacio tra i protagonisti sulla panchina, presente nella sigla di È quasi magia Johnny, è stato eliminato nell’episodio trasmesso in Italia.

Nella serie di Detective Conan trasmessa in Italia le parole uccidere, assassino e sangue sono state eliminate e le sequenze più violente sono state modificate in bianco e nero.

Nell’anime originale Yuri lascia Miki perché crede sia sua sorella. Una storyline censurata nell’adattamento italiano di Piccoli problemi di cuore che, anticipando l’epilogo all’episodio 71, ha saltato il matrimonio tra i due protagonisti.

Fonte: Wired

L’anime “Nidome no Jinsei o Isekai de” è stato annullato dopo i tweet offensivi dell’autore

Japan Times, 7 giugno 2018

Un piano per trasformare un romanzo popolare in una serie anime TV è stato cancellato dopo che dei tweet discriminatori dell’autore su Cina e Corea del Sud hanno suscitato polemiche. L’adattamento anime del film “Nidome no Jinsei o Isekai de” (“Young Again in Another World” di Mine) era previsto in anteprima ad ottobre, ma i produttori hanno deciso di annullarlo considerando la gravità della situazione sulle osservazioni dell’autore, che usa uno pseudonimo. L’editore Hobby Japan Co. ha anche detto di aver deciso d’interrompere la diffusione del libro.
Secondo quanto riferito, avrebbe twittato che i cinesi non avevano morale e che avere la Corea del Sud vicina è una disgrazia per il Giappone, mentre denigrava i due Paesi. I tweet furono emessi prima che il primo volume venisse pubblicato nel 2014, e cancellati. Mine ha offerto scuse “profonde” su twitter dicendo che c’erano state parole “inappropriate” che avevano messo molti a disagio e che alcune descrizioni del romanzo erano altrettanto offensive. Quattro attori e attrici della serie hanno annunciato le dimissioni dai rispettivi ruoli nella serie.
L’originale è un romanzo fantasy in cui un protagonista giapponese, che uccise più di 3000 persone con la spada combattendo in Cina e morendo all’età di 94 anni, rinasce in un altro mondo abitato da mostri.

I 40 anni di “Conan, il ragazzo del futuro”

Andrea Fontana, Fumettologica, 4 aprile 2018

Per una strana coincidenza temporale, ad aprile 2018 cadono due compleanni fondamentali per l’animazione giapponese e non solo: i 40 anni di Conan il ragazzo del futuro (Mirai Shonen Conan) e i 30 di Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro) – di cui parleremo in un articolo a parte – entrambi considerati tra le vette dell’opera di Hayao Miyazaki.Moltissimi conoscono il regista per il suo lavoro allo Studio Ghibli, in cui ha potuto esprimere il meglio del suo essere autore e animatore, attraverso una carriera straordinaria e sempre più sorprendente. In pochi conoscono il lavoro fondamentale del Miyazaki pre-Ghibli. Miyazaki inizia la sua carriera nel 1963 alla Tōei Animation, lo studio di animazione che per primo ha contribuito a dar corpo a una specifica identità dei cosiddetti anime. L’esperienza alla Tōei gli permette di ricoprire molti ruoli, prevalentemente “artigianali”, dimostrando a tutti il suo valore. Dalla Tōei passa poi alla A Production, seguendo uno dei suoi maestri, Yasuo Ōtsuka. Nel 1973 inizia a collaborare con la Zuiyo Pictures, che diverrà presto Nippon Animation. In questo periodo contribuisce in maniera fondamentale al progetto World Masterpiece Theatre, che si pone l’obiettivo di realizzare serie animate tratte dai capolavori della letteratura per ragazzi. Nel 1978 Miyazaki ha un’esperienza ormai decennale, ha ricoperto tutti i ruoli tipici dell’animatore, il suo nome è praticamente sulla bocca di tutti, complice il suo perfezionismo, il suo virtuosismo e la capacità di proporsi anche in veste di autore consigliando colleghi con ben più esperienza di lui. Per questo motivo la televisione statale, la NHK (acronimo di Nippon Hōsō Kyōkai), che fino a questo momento non ha mai dedicato molta attenzione all’animazione, decide di affidargli una serie che celebri il suo venticinquesimo anniversario.
Molto liberamente ispirato al romanzo The Incredible Tide di Alexander Key, Conan il ragazzo del futuro racconta di un mondo post-apocalittico in cui un ragazzo, il Conan del titolo, si innamora di Lana, la nipote di un importante scienziato. Insieme i due vivranno una serie di avventure che li porterà a combattere contro Repka, malvagio militare di Indastria che intende ripristinare quelle terribili armi che hanno contribuito alla totale distruzione del pianeta. Sono passati quarant’anni dalla prima messa in onda di questa serie composta da 26 episodi eppure, ancora oggi, non se ne riconosce a dovere l’importanza storica. Un’importanza che viaggia su due binari paralleli ma in qualche modo connessi: uno ha a che fare con l’opera di Miyazaki in particolare e dello Studio Ghibli in generale; l’altra con gli effetti che questa serie ha avuto su un’intera generazione. Conan il ragazzo del futuro può essere considerato una sorta di rivendicazione. Nel 1968 un gruppo di artisti, animatori e professionisti del settore, giovani con l’intenzione di cambiare e definire il futuro degli anime, realizza La grande avventura del principe Valiant (Taiyō no ōji – Horusu no daiboken), un lungometraggio animato che per cura dei dettagli, tipologia di messa in scena, approccio narrativo rappresenta una vera e propria svolta. Quando esce è un fallimento totale, ma contiene i germi che convoglieranno nella formazione autoriale di importanti personalità come Isao Takahata, che ne è regista, e Hayao Miyazaki, che contribuisce alle animazioni.
Conan, in termini puramente ideologici, ne è una sorta di riproposizione. Questa serie e Anna dai capelli rossi (Akage no An), che andrà in onda l’anno successivo e sarà diretta e curata da Takahata (ancora con il contributo di Miyazaki), sono due facce dello stesso manifesto poetico che, qualche anno dopo, sarà alla base della nascita dello Studio Ghibli. Pensatela così: quando si guardano film come Il mio vicino Totoro, Una tomba per le lucciole, Porco Rosso, Pioggia di ricordi, Princess Mononoke, La città incantata, Si alza il vento e La storia della principessa splendente non si possono non considerare le due suddette opere come l’inizio di tutto, il seme da cui tutto è germogliato. Conan il ragazzo del futuro, pur rappresentando l’esordio di Miyazaki alla regia, svela già un autore maturo, capace di gestire i ritmi con impressionante capacità, in grado di far confluire nella sua storia componenti di riflessione socio-politica insieme a elementi poetici e altamente emozionali. La serie si struttura lungo la dicotomia rappresentata dalla coppia Conan-Lana, che sono una sorta di Adamo ed Eva da cui deve necessariamente ricominciare un mondo nuovo, una nuova società. Una società che deve abbandonare le logiche individualistiche che portano al militarismo, al desiderio assoluto di potere, alla sopraffazione tramite la forza. Una società che deve finalmente cominciare a rispettare il mondo inteso in senso panteistico: da qui deriva tutto quel pensiero ecologista intrinsecamente miyazakiano e che vede un rapporto tra Uomo e Natura di totale rispetto. Proprio come in Nausicaä della Valle del vento o Laputa – Castello nel cielo fino ad arrivare a Princess Mononoke e Si alza il vento. C’è l’amore di Miyazaki per il design tecnologico e, di conseguenza, per il volo, una passione che torna e ritorna costantemente. C’è il suo desiderio di raccontare una storia che nel suo essere universale porta con sé diversi piani di lettura, capaci di essere assorbiti dai più piccoli e dai più grandi. Rivedere oggi Conan il ragazzo del futuro significa rielaborare a ritroso tutta la produzione miyazakiana e capire che era già tutto lì, in quei ventisei episodi andati in onda in Giappone per la prima volta nel 1978. Questa densità di contenuti ma anche questa capacità di porsi come immaginario unico e rivoluzionario hanno avuto conseguenze inevitabili su un’intera generazione. Per questo motivo ho deciso di interpellare alcune personalità di spicco del fumetto italiano e non solo.
Il primo a cui ho chiesto come e perché Conan abbia avuto conseguenze sulla sua opera è qualcuno che ben nasconde questa influenza, salvo poi dimostrarla in altri modi e contesti: Ausonia, alias Francesco Ciampi (Pinocchio – La storia di un bambino, ABC):
Mirai Shōnen Konan resta la serie animata che più mi ha influenzato. Soprattutto per i suoi adorabili tempi morti e apparentemente ingiustificati per un racconto di fantascienza. L’episodio intitolato Un giorno a Hyarbor – Una giornata sull’isola riassume bene ciò che intendo dire. Si tratta di una serie in cui tutto è perfetto: dalla regia alla caratterizzazione dei personaggi, dai background dipinti all’animazione, passando per la palette cromatica e la colonna sonora. Un capolavoro. Se non lo avete mai visto, recuperatelo. Se lo avete visto da ragazzini, riguardatelo. È meglio di tanta roba uscita recentemente.Chi invece non ha mai nascosto la sua fascinazione per Conan è sicuramente Claudio Acciari (Meka Chan):
Conan il ragazzo del futuro è un cartone animato facile da identificare perché tra le serie giapponesi dell’epoca, a mio giudizio, rappresenta un originale connubio stilistico che mette d’accordo le morbide forme del design dei personaggi, l’armonia delle scelte cromatiche tipiche di serie come Heidi, Anna dai capelli rossi, Tommy, Peline, Belle e Sebastien (per fare alcuni esempi) con scenari apocalittici che, sino a quel momento, erano prerogativa delle serie fantascientifiche firmate da Go Nagai o Leiji Matsumoto. A far pendere il tutto nell’emisfero di ‘prodotto solare’ ci pensa la splendida sigla italiana cantata da Georgia Lepore con la sua dolcissima voce. Mi è difficile pormi da addetto ai lavori dinnanzi a un’opera simile perché il coefficiente artistico va dritto al cuore, è fatto per solleticare la sfera emotiva dello spettatore, un vero e proprio documento che testimonia il livello di libertà espressiva circoscritta agli anni Settanta, non ancora inquinati da asfissianti… ‘illogiche’ di mercato. Mi tornano alla mente scene oggi improponibili dal punto di vista registico come quella in cui Gimsey fuma i “Taba Taba”, o quella in cui lui e Conan vengono sculacciati con un’asse di legno sul Barracuda o quelle che mostrano un dottor Raoh piuttosto manesco anche nei confronti di Lana, tutti atteggiamenti che, nelle produzioni animate moderne, sarebbero attribuiti ai “cattivi” della storia. Miyazaki, invece, ci dimostra che ogni cosa, se contestualizzata secondo un sapiente criterio e regolata da genuine intenzioni, non ci impedisce, in ambito narrativo, di distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Quel che mi colpì durante la prima messa in onda in Italia, nel 1982, fu il contrasto tra lo stile di vita di piccole comunità fatte di artigiani, fabbri, contadini e pescatori che organizzavano il quotidiano in sintonia con quello che il territorio offriva loro, nel rispetto della natura, e il dispotismo di un apparato tutto terrestre, geograficamente distante ma capace di guastare la festa in ogni momento a chi aveva imparato una lezione dagli errori del passato. L’Isola Perduta, forse, rappresenta metaforicamente un punto di partenza dal quale può nascere una Hyarbor o proliferare una Indastria. Ed è proprio nella Torre del Sole di quest’ultima che è ambientata una profetica sequenza che mi fa porre un interrogativo su quale fosse la percezione, negli anni in cui è stata fatta la serie, della realtà virtuale, presentata come un perverso tentativo di generare mere illusioni nella loro accezione più negativa, perché i giovani protagonisti reagiscono con terrore quando l’ologramma di un bimbo sorridente che gioca a palla trapassa il corpo di Lana. Il dottor Raoh si scusa per aver mostrato qualcosa di così spaventoso ai ragazzi, ma era necessario per metterli al corrente di un pericolo, per fortuna sventato.Fabio Ramiro Rossin, illustratore, animatore e fumettista (Feuilleton) è un altro autore per il quale l’influenza di Conan è stata essenziale:
Era l’estate del 1987, forse quella dopo, io avevo cinque anni, forse uno in meno. La canicola seccava l’erba, e il sole rovente mandava a fuoco le 500 parcheggiate. I miei avevano divorziato qualche anno prima, e in attesa della sentenza di affidamento, io passavo le estati in esilio dai nonni, nel casolare color menta poggiato sul pendio di una collina, tra noccioli, olivi e sterpi. Andare a caccia di lucertole significava acchiappare una insolazione, il bambino più vicino con cui giocare era distante chilometri; la meno peggio, era stare all’ombra di quel tetto in amianto. Manco a dirlo, disegnavo tutto il giorno, imparavo a leggere con l’Uomo Ragno e guardavo un sacco di schifezze in televisione, avevo talmente poco da fare che, a tutt’oggi, è il periodo di cui ricordo più dettagli. Era metà mattinata, quando il televisore acceso per caso trasmise quella che sembrava la sigla finale di un cartone disegnato a matita: un cielo giallo come l’estate, un campo di erba alta solcato da un sentiero, una fila di imponenti alberi scorreva di fianco e scompariva alle mie spalle. Mi sembrava di essere stato trascinato in prati in cui non potevo correre. Il giorno successivo, sintonizzai il tv color su quel canale, in attesa di vedere quello che ci sarebbe stato prima. E prima, c’erano dei telefilm a tema mare, tipo il delfino Flipper, o quello della famiglia di biologi che vive in un sommergibile e parla coi delfini, insomma, un botto di delfini. Poi, una musica inquietantemente spensierata, immagini rugginose di città futuribile, dilaniata da terremoti, sommersa da onde gigantesche, bombardata da flotte di aerei da guerra. Di sicuro era un cartone animato, e restai in attesa; dopo tutti quei cetacei mi sarei guardato pure il telegiornale. Fino alla fine, non riconobbi alcun nesso con quello che mi aveva ipnotizzato il giorno prima; non un disegno a matita, di campi nessuna traccia, bensì un sacco di aeroplani, una città mezza miniera mezza fabbrica, due ragazzini che cercano disperatamente di scappare da un mondo di adulti che vorrebbero imporre con l’autorità la loro legge, quella del più forte. Il primo episodio che vidi fu quello in cui Conan si arrampica sul torrione per salvare Lana, la grondaia cede al peso di entrambi, e Conan, stringendo a sé Lana, plana, o meglio precipita, atterrando in piedi. Il dolore zigzaga dalla punta dei piedi fino a drizzargli i capelli, ma Conan stringe la mano di Lana, e riprende la fuga con le gambe a squadro. Da qualche parte, mio padre ha conservato il quaderno su cui tentai di ridisegnare la scena dell’atterraggio. Tornai in città e Conan sparì dall’etere per diversi anni. Di tempo ne è passato parecchio, e forse ho visto questo cartone troppe volte per essere davvero sicuro di quello che pensai in quel primo istante. Ricordo però che, se allora lo scenario raccontato non mi era sembrato plausibile, in qualche modo tremendo, avevo vissuto come reali gli ossessivi e brutali tentativi di spezzare un legame casuale ma predestinato, voluto, e con quella volontà protetto. Col tempo ho capito che Miyazaki era arrivato al momento giusto: stavo iniziando a costruirmi corazze di cinismo per sopravvivere all’incoscienza dei grandi, quando la fiducia spontanea con cui Conan e Lana affrontano la fine del mondo, mi è parsa più giusta del vero. Coi suoi piedi prensili e la sua dedizione al sacrificio, Conan mi aveva fatto superare il pudore infantile che non fa vedere il limite oltre il quale una persona adulta non dovrebbe spingersi; che si riceve ciò che si dà, che non esiste limite all’impegno, che l’empatia è la vera rivoluzione, e che il vero sovversivo non è chi combatte un nemico, ma chi resta fedele a se stesso. Mi aveva in qualche modo fatto capire che le onde, dopo aver tolto, prima o poi restituiscono. Con l’ultimo autore gioco in casa. Manuele Fior ha scritto nel mio (e di Enrico Azzano) libro, Studio Ghibli. L’animazione utopica e meravigliosa di Miyazaki e Takahata (Bietti Edizioni, 2017) e ogni volta che ci vediamo finiamo a parlare di Miyazaki e di Conan in particolare:
Conan il ragazzo del futuro fa parte della seconda ondata di animazione giapponese che si è infranta sugli schermi della televisione italiana agli inizi degli anni Ottanta, dopo quella di Mazinga e Capitan Harlock, per capirsi. Finita l’orgia di raggi neutroni e alabarde spaziali, ai nostri occhi di bambini si apriva una narrazione più raffinata, meno ritmata dal clangore metallico delle mazzate tra robot e psicologicamente più matura. Per un bambino di dieci anni come me all’epoca, guardare Conan voleva dire immedesimarsi istantaneamente nell’eroe e innamorarsi di Lana di un primo amore romantico, esattamente nella maniera in cui più tardi mi sarei immedesimato in Ataru e avrei desiderato sessualmente Lamù (e anche Shinobu). Spesso con la borsa dell’acqua sopra la testa e il termometro sotto il braccio, seguivo i miei eroi per mare e per terra, sognare il loro ricongiungimento e poi, una volta avvenuto, ripartire alla volta del viaggio di ritorno, attraverso il più bel paesaggio post-atomico visto in un cartone animato. A bordo di navi corazzate, scialuppe metalliche, idrovolanti, oggetti volanti monoposto e quell’indimenticabile fortezza volante con le ali larghe come un’autostrada, ho condiviso con loro l’odissea dell’eroe, ho alimentato le stesse nostalgie e esercitato sotto le coperte quei poteri mentali che mi avrebbero ricongiunto alla mia Lana, che ancora non conoscevo ma che sapevo in quel momento captarmi telepaticamente. Se mi chiedete che tipo di fumetto vorrei realizzare oggi, a 42 anni, che storia vorrei raccontare, vi risponderei una che contenga gli stessi ingredienti di Conan. Telepatia, futuro, viaggio, azione. Anzi, ora che ci penso Celestia parlerà più o meno di tutto questo, ma io non sono più Conan e Dora non è Lana.

 

Goldrake, 40 anni in Italia: da Mazinga a Gianni Rodari, la storia che non conoscete

Era il 4 aprile 1978 e fu il primo robot giapponese a sbarcare da noi: fu amore a prima vista. Ma ci furono anche tante polemiche, con difese «d’autore»: dallo scrittore al Corriere della Sera
Massimo Nicora, Corriere
L’autore di questo articolo nel 2017 ha pubblicato il libro «C’era una volta Goldrake. La vera storia del robot giapponese che ha rivoluzionato la TV italiana» (La Torre Editrice, 24,50).

Il primo, il più amato
Il 4 aprile 1978 rappresenta per la TV italiana una data storica. Su Rete Due – come allora si chiamava Rai Due -, alle ore 19.00, viene trasmessa un’innovativa serie animata giapponese che in Italia viene intitolata Atlas Ufo Robot, ma che per tutti diventa immediatamente Goldrake dal nome del suo protagonista, uno straordinario e portentoso robot che difende il pianeta Terra a colpi di maglio perforante e alabarda spaziale dai malvagi alieni venuti da Vega. Per i bambini di allora è amore a prima vista e per i palinsesti televisivi è una rivoluzione. Di lì a qualche mese, complici anche i cambiamenti legislativi in materia di trasmissioni via etere, in tutta Italia è un proliferare di emittenti private che per riempire il maggior numero possibile di ore di programmazione si rivolgono al mercato giapponese acquistando decine e decine di cartoni animati. Sulla scia di Goldrake arrivano così numerosi altri robot ed eroi spaziali che fanno da apripista a una vera e propria invasione dei teleschermi.
Goldrake però è il primo, il più amato, il più imitato. Entra prepotentemente nelle case dei bambini italiani ammaliandoli con le sue avventure, i suoi protagonisti, i suoi colori sfavillanti per chi ha la fortuna di possedere già una televisione a colori. Nei salotti i bambini discutono animatamente con i loro genitori per non perdersi una puntata del loro robot preferito. I negozi vengono invasi da giocattoli con la sua effige, a scuola diventa l’argomento preferito (se non l’unico) di disegni e componimenti. Anche i giochi cambiano. I cowboy e gli indiani cedono il passo al nuovo eroe della fantascienza e il linguaggio stesso dei bambini si arricchisce di neologismi ed espressioni mutuati direttamente dal cartone animato.
È in atto una vera e propria trasformazione che all’inizio desta sorpresa, incuriosisce, ma che in un secondo momento suscita preoccupazione in genitori, insegnanti, psicologi e addirittura politici. Goldrake diventa così il bersaglio preferito di ogni tipo di critica. Contro di esso si scagliano anatemi, si invoca un’azione censoria da parte della Commissione di Vigilanza della RAI, nascono vere e proprie crociate e sui quotidiani è un profluvio di articoli, lettere, commenti, editoriali ed elzeviri. In occasione del quarantesimo anniversario della trasmissione italiana abbiamo provato a raccontare alcune curiosità sulla serie che non tutti conoscono per celebrare degnamente il compleanno di un eroe che è entrato ormai a fare parte dell’immaginario di più di una generazione.

La “famiglia” dei Mazinga
Mazinga Z, Il Grande Mazinger e Atlas Ufo Robot sono tre serie differenti ma collegate tra loro a formare quella che viene comunemente chiamata Mazinsaga (qui un nostro approfondimento). Esiste dunque un continuum narrativo e un legame ben definito che purtroppo in Italia è andato perduto a causa del differente ordine di trasmissione. La prima puntata di Mazinga Z viene trasmessa su Rete Uno il 21 gennaio 1980, quasi due anni dopo la messa in onda di Atlas Ufo Robot. Inoltre Mazinga Z va in onda anche dopo Il Grande Mazinger, approdato invece sul circuito delle TV private nei primi mesi del 1979. Nel nostro Paese, dunque, la Mazinsaga non ha rispettato affatto l’originario ordine di trasmissione giapponese (anzi, lo ha del tutto ribaltato) causando una certa confusione e impedendo ai telespettatori italiani di coglierne il corretto sviluppo narrativo.

Goldrake prima di Goldrake
Quando nella prima metà degli anni Settanta in Giappone, come nel resto del mondo, scoppia una vera e propria “ufomania” la casa di produzione Toei commissiona al mangaka Go Nagai il soggetto per un film destinato alle sale cinematografiche che abbia come protagonista un UFO. Questo cortometraggio che si intitola La grande battaglia dei dischi volanti (1975) ottiene un così grande successo che la Toei decide di usarlo come base per realizzare una serie televisiva che abbia come protagonista un UFO robot. A Nagai come sempre il compito di tratteggiarne storia e personaggi.

Grendizer, Goldorak, Goldrake
Tre nomi diversi per lo stesso robot in Giappone, Francia e Italia. Come mai? In Giappone il termine Grendizer viene riciclato da un vecchio progetto intitolato «Plus Power! Grendizer» che la società di Nagai aveva proposto alla Toei, ma che non era poi stato finalizzato. Protagonista era uno studente liceale che, grazie alle conoscenze dello zio scienziato, poteva trasformarsi in Grendizer, un supereroe con una corazza che si sviluppava intorno al corpo e che doveva combattere contro l’impero subacqueo di Black Marine. In Francia si ritiene che questo nome sia cacofonico e Jacques Canestrier, produttore della serie, crea il nome Goldorak fondendo insieme i nomi di Goldifinger e Madrake. In Italia Goldorak diventa Goldrake (con l’accento sull’ultima sillaba) perché i dirigenti e funzionari RAI preferiscono un nome più inglese.

Il Goldrake coreano
Negli anni Settanta (ma anche oggi) le case di produzione giapponesi erano solite appaltare parte della realizzazione delle loro serie animate agli studi coreani per motivi di costi. Così facendo i coreani hanno appreso tutte le tecniche fondamentali per realizzare un disegno animato e hanno iniziato a produrre in proprio delle serie robotiche copiando quelle giapponesi. Nel 1978 il giovane regista Kim Hyeon-yong realizza un film che è un’evidente imitazione di Goldrake. Come chiama però il robot protagonista? Mazinger X

Dal Giappone alla Francia passando per i trattori
Nel 1975 un giovane uomo d’affari francese di nome Bruno-René Huchez si trova a Tokyo nella sua camera di albergo. È venuto in Giappone per incontrare la delegazione di un’azienda giapponese che vorrebbe vendere trattori in Francia quando sulla televisione vede una puntata di Goldrake e ne resta folgorato. Ecco un prodotto che importato in Francia potrebbe avere certamente un grande successo! Con qualche difficoltà riesce a contattare la Toei e poco dopo rientra a Parigi con una valigia piena di grosse bobine di cartoni animati giapponesi.

La “Folie Goldorak
Il successo in Francia di Goldorak è pari a quello in Italia di Goldrake. La famosa rivista Paris Match mette addirittura Goldorak in copertina e racconta di come i bambini francesi siano letteralmente impazziti per questo robot trasmesso con poca convinzione da Antenne 2 durante l’estate del 1978. Il Natale di quello stesso anno, però, il modellino più ambito di Goldorak prodotto dalla Mattel va esaurito. I genitori, per soddisfare le richieste dei figli, si iscrivono alle liste di attesa e chi ha qualche contatto prova a cercarlo al mercato nero. Addirittura in certi grandi magazzini si assumono commessi solo per rispondere ai clienti che per Goldarak, purtroppo, bisogna aspettare…

Il mistero dell’Atlas
Come mai in Italia la serie viene Intitolata Atlas Ufo Robot? L’Italia aveva acquistato la serie dalla Francia e tra i materiali inviati d’oltralpe vi era una guida descrittiva (”Atlas” in lingua francese). Questo “Atlas” di Ufo Robot conteneva la descrizione della storia e dei personaggi. Annibale Roccasecca, allora responsabile del doppiaggio, ritenne che il termine “Atlas” fosse un nome “esotico” che ben si potesse affiancare alle parole Ufo e Robot e propose di intitolare la serie Atlas Ufo Robot. La proposta venne condivisa con il funzionario incaricato della RAI (Nicoletta Artom) e con il dirigente della programmazione per bambini (Paola De Benedetti) che diedero la loro formale approvazione. Non si è dunque trattato di un fraintendimento della lingua francese come si è raccontato in tutti questi anni.

Alabarda Spaziale!!!
Tutti ricordano il celebre grido “Alabarda spaziale!!!” lanciato da Actarus, il pilota di Goldrake. La sua voce è quella del doppiatore Romano Malaspina, grande attore di teatro diplomatosi nella prestigiosa Accademia d’arte drammatica “Silvio d’Amico”. Siamo negli anni del cosiddetto doppiaggio liberto e Malaspina diverrà la voce di tanti altri protagonisti dei disegni animati giapponesi, uno su tutti Hiroshi Shiba di Jeeg Robot d’acciaio.

Goldrake e il Corriere della Sera
Anche sul Corriere della Sera a Goldrake viene dedicato ampio spazio. Ad occuparsene sono principalmente due giornalisti, Leonardo Vergani e Giulia Borgese. Quest’ultima viene addirittura invitata alla trasmissione RAI Pro e contro per partecipare a un dibattito in studio con l’On. Silvio Corvisieri. A lei il compito di difendere l’eroe di tanti bambini sottolineando lo stile della serie (i disegni, i colori, i costumi) e contestualizzandola all’interno di un mondo mitologico che da sempre privilegia l’eroismo.

La crociata di Imola
14 marzo 1980. Durante il consiglio d’istituto della scuola elementare Sante Zennaro, appartenente al secondo circolo didattico di Imola, il genitore di un bambino della classe terza B prende la parola e propone di redigere una breve lettera, cortese ma decisa, da inviare alla RAI, ai ministri competenti e agli organi di stampa per protestare contro la violenza dei disegni animati giapponesi trasmessi in televisione e, soprattutto, contro la loro presenza asfissiante nei palinsesti. La lettera, firmata da oltre 600 famiglie, ottiene un riscontro mediatico senza precedenti e dà il via a quella che è passata alla storia come la “crociata” di Imola contro i disegni animati giapponesi.

Da Portobello a Goldrake
L’eco della crociata di Imola arriva anche in televisione e non solo nei telegiornali. È il conduttore Enzo Tortora, reduce dal successo di Portobello e ritornato in TV con la sua nuova trasmissione L’altra campana che invita i crociati di Imola in studio per sostenere il loro punto di vista. Nella puntata del 18 aprile 1980 cinque anti-Mazinga, come vengono definiti dai giornali, salgono sul palco della rubrica Digliene quattro sostenendo la necessità di disintossicare i bambini che restano come ipnotizzati da questi programmi. Sullo sfondo una sagoma di Goldrake assiste passivamente alla loro reprimenda.

Gianni Rodari e Goldrake
Tra i nomi di spicco del panorama culturale italiano di quegli anni che prendono le difese di Goldrake non possiamo non ricordare il celebre scrittore per ragazzi Gianni Rodari. In un articolo non a caso intitolato “In difesa di Goldrake” Rodari difende il robot giapponese descrivendolo come un ercole moderno, metà uomo e metà macchina spaziale. Secondo Rodari i bambini non sono soggetti passivi di questi disegni animati perché sono in grado di rielaborare il materiale fantastico che la televisione propone loro nel gioco e nelle attività quotidiane. Insomma, diamo più fiducia ai bambini!

Le sigle in Italia
Il successo di Goldrake è dovuto anche alle splendide sigle composte da Vince Tempera e Luigi Albertelli con la collaborazione di Massimo Luca e Ares Tavolazzi. La prima sigla di apertura “Ufo Robot” nel 1978 raggiunge addirittura il quarto posto nella hit parade e vince il disco d’oro superando il milione di copie vendute. Per cavalcare il successo della serie la RAI e la casa discografica Fonit Cetra commissionano al duo Albertelli-Tempera una nuova sigla di apertura, “Goldrake” che faccia da traino a un 33 giri contenente una serie di canzoni dedicate ai vari personaggi della serie. Famosissima anche la sigla di chiusura “Shooting Star” caratterizzata da un ipnotico giro di basso opera di Ares Tavolazzi, già bassista degli Area.

Il ragazzo di Caravaggio
Per la sigla “Goldrake” Tempera ingaggia un giovane cantante di Caravaggio, in provincia di Bergamo. Il suo nome è Alberto Tadini. Dopo i primi passi mossi nel complesso Le corde felici aveva avuto la sua grande occasione nel 1971 partecipando al festival di Sanremo con i Gens, di cui sostituisce il cantante storico Filiberto Ricciardi. La sua carriera nel mondo della musica leggera continua fino a quando non viene chiamato a sostenere un provino per la sigla “Goldrake”. Il provino ha esito positivo e il ragazzo di Caravaggio che sognava di diventare il nuovo Lucio Battisti si trova trasportato nel mondo delle sigle dei disegni animati.