I 40 anni di “Conan, il ragazzo del futuro”

Andrea Fontana, Fumettologica, 4 aprile 2018

Per una strana coincidenza temporale, ad aprile 2018 cadono due compleanni fondamentali per l’animazione giapponese e non solo: i 40 anni di Conan il ragazzo del futuro (Mirai Shonen Conan) e i 30 di Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro) – di cui parleremo in un articolo a parte – entrambi considerati tra le vette dell’opera di Hayao Miyazaki.Moltissimi conoscono il regista per il suo lavoro allo Studio Ghibli, in cui ha potuto esprimere il meglio del suo essere autore e animatore, attraverso una carriera straordinaria e sempre più sorprendente. In pochi conoscono il lavoro fondamentale del Miyazaki pre-Ghibli. Miyazaki inizia la sua carriera nel 1963 alla Tōei Animation, lo studio di animazione che per primo ha contribuito a dar corpo a una specifica identità dei cosiddetti anime. L’esperienza alla Tōei gli permette di ricoprire molti ruoli, prevalentemente “artigianali”, dimostrando a tutti il suo valore. Dalla Tōei passa poi alla A Production, seguendo uno dei suoi maestri, Yasuo Ōtsuka. Nel 1973 inizia a collaborare con la Zuiyo Pictures, che diverrà presto Nippon Animation. In questo periodo contribuisce in maniera fondamentale al progetto World Masterpiece Theatre, che si pone l’obiettivo di realizzare serie animate tratte dai capolavori della letteratura per ragazzi. Nel 1978 Miyazaki ha un’esperienza ormai decennale, ha ricoperto tutti i ruoli tipici dell’animatore, il suo nome è praticamente sulla bocca di tutti, complice il suo perfezionismo, il suo virtuosismo e la capacità di proporsi anche in veste di autore consigliando colleghi con ben più esperienza di lui. Per questo motivo la televisione statale, la NHK (acronimo di Nippon Hōsō Kyōkai), che fino a questo momento non ha mai dedicato molta attenzione all’animazione, decide di affidargli una serie che celebri il suo venticinquesimo anniversario.
Molto liberamente ispirato al romanzo The Incredible Tide di Alexander Key, Conan il ragazzo del futuro racconta di un mondo post-apocalittico in cui un ragazzo, il Conan del titolo, si innamora di Lana, la nipote di un importante scienziato. Insieme i due vivranno una serie di avventure che li porterà a combattere contro Repka, malvagio militare di Indastria che intende ripristinare quelle terribili armi che hanno contribuito alla totale distruzione del pianeta. Sono passati quarant’anni dalla prima messa in onda di questa serie composta da 26 episodi eppure, ancora oggi, non se ne riconosce a dovere l’importanza storica. Un’importanza che viaggia su due binari paralleli ma in qualche modo connessi: uno ha a che fare con l’opera di Miyazaki in particolare e dello Studio Ghibli in generale; l’altra con gli effetti che questa serie ha avuto su un’intera generazione. Conan il ragazzo del futuro può essere considerato una sorta di rivendicazione. Nel 1968 un gruppo di artisti, animatori e professionisti del settore, giovani con l’intenzione di cambiare e definire il futuro degli anime, realizza La grande avventura del principe Valiant (Taiyō no ōji – Horusu no daiboken), un lungometraggio animato che per cura dei dettagli, tipologia di messa in scena, approccio narrativo rappresenta una vera e propria svolta. Quando esce è un fallimento totale, ma contiene i germi che convoglieranno nella formazione autoriale di importanti personalità come Isao Takahata, che ne è regista, e Hayao Miyazaki, che contribuisce alle animazioni.
Conan, in termini puramente ideologici, ne è una sorta di riproposizione. Questa serie e Anna dai capelli rossi (Akage no An), che andrà in onda l’anno successivo e sarà diretta e curata da Takahata (ancora con il contributo di Miyazaki), sono due facce dello stesso manifesto poetico che, qualche anno dopo, sarà alla base della nascita dello Studio Ghibli. Pensatela così: quando si guardano film come Il mio vicino Totoro, Una tomba per le lucciole, Porco Rosso, Pioggia di ricordi, Princess Mononoke, La città incantata, Si alza il vento e La storia della principessa splendente non si possono non considerare le due suddette opere come l’inizio di tutto, il seme da cui tutto è germogliato. Conan il ragazzo del futuro, pur rappresentando l’esordio di Miyazaki alla regia, svela già un autore maturo, capace di gestire i ritmi con impressionante capacità, in grado di far confluire nella sua storia componenti di riflessione socio-politica insieme a elementi poetici e altamente emozionali. La serie si struttura lungo la dicotomia rappresentata dalla coppia Conan-Lana, che sono una sorta di Adamo ed Eva da cui deve necessariamente ricominciare un mondo nuovo, una nuova società. Una società che deve abbandonare le logiche individualistiche che portano al militarismo, al desiderio assoluto di potere, alla sopraffazione tramite la forza. Una società che deve finalmente cominciare a rispettare il mondo inteso in senso panteistico: da qui deriva tutto quel pensiero ecologista intrinsecamente miyazakiano e che vede un rapporto tra Uomo e Natura di totale rispetto. Proprio come in Nausicaä della Valle del vento o Laputa – Castello nel cielo fino ad arrivare a Princess Mononoke e Si alza il vento. C’è l’amore di Miyazaki per il design tecnologico e, di conseguenza, per il volo, una passione che torna e ritorna costantemente. C’è il suo desiderio di raccontare una storia che nel suo essere universale porta con sé diversi piani di lettura, capaci di essere assorbiti dai più piccoli e dai più grandi. Rivedere oggi Conan il ragazzo del futuro significa rielaborare a ritroso tutta la produzione miyazakiana e capire che era già tutto lì, in quei ventisei episodi andati in onda in Giappone per la prima volta nel 1978. Questa densità di contenuti ma anche questa capacità di porsi come immaginario unico e rivoluzionario hanno avuto conseguenze inevitabili su un’intera generazione. Per questo motivo ho deciso di interpellare alcune personalità di spicco del fumetto italiano e non solo.
Il primo a cui ho chiesto come e perché Conan abbia avuto conseguenze sulla sua opera è qualcuno che ben nasconde questa influenza, salvo poi dimostrarla in altri modi e contesti: Ausonia, alias Francesco Ciampi (Pinocchio – La storia di un bambino, ABC):
Mirai Shōnen Konan resta la serie animata che più mi ha influenzato. Soprattutto per i suoi adorabili tempi morti e apparentemente ingiustificati per un racconto di fantascienza. L’episodio intitolato Un giorno a Hyarbor – Una giornata sull’isola riassume bene ciò che intendo dire. Si tratta di una serie in cui tutto è perfetto: dalla regia alla caratterizzazione dei personaggi, dai background dipinti all’animazione, passando per la palette cromatica e la colonna sonora. Un capolavoro. Se non lo avete mai visto, recuperatelo. Se lo avete visto da ragazzini, riguardatelo. È meglio di tanta roba uscita recentemente.Chi invece non ha mai nascosto la sua fascinazione per Conan è sicuramente Claudio Acciari (Meka Chan):
Conan il ragazzo del futuro è un cartone animato facile da identificare perché tra le serie giapponesi dell’epoca, a mio giudizio, rappresenta un originale connubio stilistico che mette d’accordo le morbide forme del design dei personaggi, l’armonia delle scelte cromatiche tipiche di serie come Heidi, Anna dai capelli rossi, Tommy, Peline, Belle e Sebastien (per fare alcuni esempi) con scenari apocalittici che, sino a quel momento, erano prerogativa delle serie fantascientifiche firmate da Go Nagai o Leiji Matsumoto. A far pendere il tutto nell’emisfero di ‘prodotto solare’ ci pensa la splendida sigla italiana cantata da Georgia Lepore con la sua dolcissima voce. Mi è difficile pormi da addetto ai lavori dinnanzi a un’opera simile perché il coefficiente artistico va dritto al cuore, è fatto per solleticare la sfera emotiva dello spettatore, un vero e proprio documento che testimonia il livello di libertà espressiva circoscritta agli anni Settanta, non ancora inquinati da asfissianti… ‘illogiche’ di mercato. Mi tornano alla mente scene oggi improponibili dal punto di vista registico come quella in cui Gimsey fuma i “Taba Taba”, o quella in cui lui e Conan vengono sculacciati con un’asse di legno sul Barracuda o quelle che mostrano un dottor Raoh piuttosto manesco anche nei confronti di Lana, tutti atteggiamenti che, nelle produzioni animate moderne, sarebbero attribuiti ai “cattivi” della storia. Miyazaki, invece, ci dimostra che ogni cosa, se contestualizzata secondo un sapiente criterio e regolata da genuine intenzioni, non ci impedisce, in ambito narrativo, di distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Quel che mi colpì durante la prima messa in onda in Italia, nel 1982, fu il contrasto tra lo stile di vita di piccole comunità fatte di artigiani, fabbri, contadini e pescatori che organizzavano il quotidiano in sintonia con quello che il territorio offriva loro, nel rispetto della natura, e il dispotismo di un apparato tutto terrestre, geograficamente distante ma capace di guastare la festa in ogni momento a chi aveva imparato una lezione dagli errori del passato. L’Isola Perduta, forse, rappresenta metaforicamente un punto di partenza dal quale può nascere una Hyarbor o proliferare una Indastria. Ed è proprio nella Torre del Sole di quest’ultima che è ambientata una profetica sequenza che mi fa porre un interrogativo su quale fosse la percezione, negli anni in cui è stata fatta la serie, della realtà virtuale, presentata come un perverso tentativo di generare mere illusioni nella loro accezione più negativa, perché i giovani protagonisti reagiscono con terrore quando l’ologramma di un bimbo sorridente che gioca a palla trapassa il corpo di Lana. Il dottor Raoh si scusa per aver mostrato qualcosa di così spaventoso ai ragazzi, ma era necessario per metterli al corrente di un pericolo, per fortuna sventato.Fabio Ramiro Rossin, illustratore, animatore e fumettista (Feuilleton) è un altro autore per il quale l’influenza di Conan è stata essenziale:
Era l’estate del 1987, forse quella dopo, io avevo cinque anni, forse uno in meno. La canicola seccava l’erba, e il sole rovente mandava a fuoco le 500 parcheggiate. I miei avevano divorziato qualche anno prima, e in attesa della sentenza di affidamento, io passavo le estati in esilio dai nonni, nel casolare color menta poggiato sul pendio di una collina, tra noccioli, olivi e sterpi. Andare a caccia di lucertole significava acchiappare una insolazione, il bambino più vicino con cui giocare era distante chilometri; la meno peggio, era stare all’ombra di quel tetto in amianto. Manco a dirlo, disegnavo tutto il giorno, imparavo a leggere con l’Uomo Ragno e guardavo un sacco di schifezze in televisione, avevo talmente poco da fare che, a tutt’oggi, è il periodo di cui ricordo più dettagli. Era metà mattinata, quando il televisore acceso per caso trasmise quella che sembrava la sigla finale di un cartone disegnato a matita: un cielo giallo come l’estate, un campo di erba alta solcato da un sentiero, una fila di imponenti alberi scorreva di fianco e scompariva alle mie spalle. Mi sembrava di essere stato trascinato in prati in cui non potevo correre. Il giorno successivo, sintonizzai il tv color su quel canale, in attesa di vedere quello che ci sarebbe stato prima. E prima, c’erano dei telefilm a tema mare, tipo il delfino Flipper, o quello della famiglia di biologi che vive in un sommergibile e parla coi delfini, insomma, un botto di delfini. Poi, una musica inquietantemente spensierata, immagini rugginose di città futuribile, dilaniata da terremoti, sommersa da onde gigantesche, bombardata da flotte di aerei da guerra. Di sicuro era un cartone animato, e restai in attesa; dopo tutti quei cetacei mi sarei guardato pure il telegiornale. Fino alla fine, non riconobbi alcun nesso con quello che mi aveva ipnotizzato il giorno prima; non un disegno a matita, di campi nessuna traccia, bensì un sacco di aeroplani, una città mezza miniera mezza fabbrica, due ragazzini che cercano disperatamente di scappare da un mondo di adulti che vorrebbero imporre con l’autorità la loro legge, quella del più forte. Il primo episodio che vidi fu quello in cui Conan si arrampica sul torrione per salvare Lana, la grondaia cede al peso di entrambi, e Conan, stringendo a sé Lana, plana, o meglio precipita, atterrando in piedi. Il dolore zigzaga dalla punta dei piedi fino a drizzargli i capelli, ma Conan stringe la mano di Lana, e riprende la fuga con le gambe a squadro. Da qualche parte, mio padre ha conservato il quaderno su cui tentai di ridisegnare la scena dell’atterraggio. Tornai in città e Conan sparì dall’etere per diversi anni. Di tempo ne è passato parecchio, e forse ho visto questo cartone troppe volte per essere davvero sicuro di quello che pensai in quel primo istante. Ricordo però che, se allora lo scenario raccontato non mi era sembrato plausibile, in qualche modo tremendo, avevo vissuto come reali gli ossessivi e brutali tentativi di spezzare un legame casuale ma predestinato, voluto, e con quella volontà protetto. Col tempo ho capito che Miyazaki era arrivato al momento giusto: stavo iniziando a costruirmi corazze di cinismo per sopravvivere all’incoscienza dei grandi, quando la fiducia spontanea con cui Conan e Lana affrontano la fine del mondo, mi è parsa più giusta del vero. Coi suoi piedi prensili e la sua dedizione al sacrificio, Conan mi aveva fatto superare il pudore infantile che non fa vedere il limite oltre il quale una persona adulta non dovrebbe spingersi; che si riceve ciò che si dà, che non esiste limite all’impegno, che l’empatia è la vera rivoluzione, e che il vero sovversivo non è chi combatte un nemico, ma chi resta fedele a se stesso. Mi aveva in qualche modo fatto capire che le onde, dopo aver tolto, prima o poi restituiscono. Con l’ultimo autore gioco in casa. Manuele Fior ha scritto nel mio (e di Enrico Azzano) libro, Studio Ghibli. L’animazione utopica e meravigliosa di Miyazaki e Takahata (Bietti Edizioni, 2017) e ogni volta che ci vediamo finiamo a parlare di Miyazaki e di Conan in particolare:
Conan il ragazzo del futuro fa parte della seconda ondata di animazione giapponese che si è infranta sugli schermi della televisione italiana agli inizi degli anni Ottanta, dopo quella di Mazinga e Capitan Harlock, per capirsi. Finita l’orgia di raggi neutroni e alabarde spaziali, ai nostri occhi di bambini si apriva una narrazione più raffinata, meno ritmata dal clangore metallico delle mazzate tra robot e psicologicamente più matura. Per un bambino di dieci anni come me all’epoca, guardare Conan voleva dire immedesimarsi istantaneamente nell’eroe e innamorarsi di Lana di un primo amore romantico, esattamente nella maniera in cui più tardi mi sarei immedesimato in Ataru e avrei desiderato sessualmente Lamù (e anche Shinobu). Spesso con la borsa dell’acqua sopra la testa e il termometro sotto il braccio, seguivo i miei eroi per mare e per terra, sognare il loro ricongiungimento e poi, una volta avvenuto, ripartire alla volta del viaggio di ritorno, attraverso il più bel paesaggio post-atomico visto in un cartone animato. A bordo di navi corazzate, scialuppe metalliche, idrovolanti, oggetti volanti monoposto e quell’indimenticabile fortezza volante con le ali larghe come un’autostrada, ho condiviso con loro l’odissea dell’eroe, ho alimentato le stesse nostalgie e esercitato sotto le coperte quei poteri mentali che mi avrebbero ricongiunto alla mia Lana, che ancora non conoscevo ma che sapevo in quel momento captarmi telepaticamente. Se mi chiedete che tipo di fumetto vorrei realizzare oggi, a 42 anni, che storia vorrei raccontare, vi risponderei una che contenga gli stessi ingredienti di Conan. Telepatia, futuro, viaggio, azione. Anzi, ora che ci penso Celestia parlerà più o meno di tutto questo, ma io non sono più Conan e Dora non è Lana.

 

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Goldrake, 40 anni in Italia: da Mazinga a Gianni Rodari, la storia che non conoscete

Era il 4 aprile 1978 e fu il primo robot giapponese a sbarcare da noi: fu amore a prima vista. Ma ci furono anche tante polemiche, con difese «d’autore»: dallo scrittore al Corriere della Sera
Massimo Nicora, Corriere
L’autore di questo articolo nel 2017 ha pubblicato il libro «C’era una volta Goldrake. La vera storia del robot giapponese che ha rivoluzionato la TV italiana» (La Torre Editrice, 24,50).Il primo, il più amato
Il 4 aprile 1978 rappresenta per la TV italiana una data storica. Su Rete Due – come allora si chiamava Rai Due -, alle ore 19.00, viene trasmessa un’innovativa serie animata giapponese che in Italia viene intitolata Atlas Ufo Robot, ma che per tutti diventa immediatamente Goldrake dal nome del suo protagonista, uno straordinario e portentoso robot che difende il pianeta Terra a colpi di maglio perforante e alabarda spaziale dai malvagi alieni venuti da Vega. Per i bambini di allora è amore a prima vista e per i palinsesti televisivi è una rivoluzione. Di lì a qualche mese, complici anche i cambiamenti legislativi in materia di trasmissioni via etere, in tutta Italia è un proliferare di emittenti private che per riempire il maggior numero possibile di ore di programmazione si rivolgono al mercato giapponese acquistando decine e decine di cartoni animati. Sulla scia di Goldrake arrivano così numerosi altri robot ed eroi spaziali che fanno da apripista a una vera e propria invasione dei teleschermi.
Goldrake però è il primo, il più amato, il più imitato. Entra prepotentemente nelle case dei bambini italiani ammaliandoli con le sue avventure, i suoi protagonisti, i suoi colori sfavillanti per chi ha la fortuna di possedere già una televisione a colori. Nei salotti i bambini discutono animatamente con i loro genitori per non perdersi una puntata del loro robot preferito. I negozi vengono invasi da giocattoli con la sua effige, a scuola diventa l’argomento preferito (se non l’unico) di disegni e componimenti. Anche i giochi cambiano. I cowboy e gli indiani cedono il passo al nuovo eroe della fantascienza e il linguaggio stesso dei bambini si arricchisce di neologismi ed espressioni mutuati direttamente dal cartone animato.
È in atto una vera e propria trasformazione che all’inizio desta sorpresa, incuriosisce, ma che in un secondo momento suscita preoccupazione in genitori, insegnanti, psicologi e addirittura politici. Goldrake diventa così il bersaglio preferito di ogni tipo di critica. Contro di esso si scagliano anatemi, si invoca un’azione censoria da parte della Commissione di Vigilanza della RAI, nascono vere e proprie crociate e sui quotidiani è un profluvio di articoli, lettere, commenti, editoriali ed elzeviri. In occasione del quarantesimo anniversario della trasmissione italiana abbiamo provato a raccontare alcune curiosità sulla serie che non tutti conoscono per celebrare degnamente il compleanno di un eroe che è entrato ormai a fare parte dell’immaginario di più di una generazione.

La “famiglia” dei Mazinga
Mazinga Z, Il Grande Mazinger e Atlas Ufo Robot sono tre serie differenti ma collegate tra loro a formare quella che viene comunemente chiamata Mazinsaga (qui un nostro approfondimento). Esiste dunque un continuum narrativo e un legame ben definito che purtroppo in Italia è andato perduto a causa del differente ordine di trasmissione. La prima puntata di Mazinga Z viene trasmessa su Rete Uno il 21 gennaio 1980, quasi due anni dopo la messa in onda di Atlas Ufo Robot. Inoltre Mazinga Z va in onda anche dopo Il Grande Mazinger, approdato invece sul circuito delle TV private nei primi mesi del 1979. Nel nostro Paese, dunque, la Mazinsaga non ha rispettato affatto l’originario ordine di trasmissione giapponese (anzi, lo ha del tutto ribaltato) causando una certa confusione e impedendo ai telespettatori italiani di coglierne il corretto sviluppo narrativo.

Goldrake prima di Goldrake
Quando nella prima metà degli anni Settanta in Giappone, come nel resto del mondo, scoppia una vera e propria “ufomania” la casa di produzione Toei commissiona al mangaka Go Nagai il soggetto per un film destinato alle sale cinematografiche che abbia come protagonista un UFO. Questo cortometraggio che si intitola La grande battaglia dei dischi volanti (1975) ottiene un così grande successo che la Toei decide di usarlo come base per realizzare una serie televisiva che abbia come protagonista un UFO robot. A Nagai come sempre il compito di tratteggiarne storia e personaggi.

Grendizer, Goldorak, Goldrake
Tre nomi diversi per lo stesso robot in Giappone, Francia e Italia. Come mai? In Giappone il termine Grendizer viene riciclato da un vecchio progetto intitolato «Plus Power! Grendizer» che la società di Nagai aveva proposto alla Toei, ma che non era poi stato finalizzato. Protagonista era uno studente liceale che, grazie alle conoscenze dello zio scienziato, poteva trasformarsi in Grendizer, un supereroe con una corazza che si sviluppava intorno al corpo e che doveva combattere contro l’impero subacqueo di Black Marine. In Francia si ritiene che questo nome sia cacofonico e Jacques Canestrier, produttore della serie, crea il nome Goldorak fondendo insieme i nomi di Goldifinger e Madrake. In Italia Goldorak diventa Goldrake (con l’accento sull’ultima sillaba) perché i dirigenti e funzionari RAI preferiscono un nome più inglese.

Il Goldrake coreano
Negli anni Settanta (ma anche oggi) le case di produzione giapponesi erano solite appaltare parte della realizzazione delle loro serie animate agli studi coreani per motivi di costi. Così facendo i coreani hanno appreso tutte le tecniche fondamentali per realizzare un disegno animato e hanno iniziato a produrre in proprio delle serie robotiche copiando quelle giapponesi. Nel 1978 il giovane regista Kim Hyeon-yong realizza un film che è un’evidente imitazione di Goldrake. Come chiama però il robot protagonista? Mazinger X

Dal Giappone alla Francia passando per i trattori
Nel 1975 un giovane uomo d’affari francese di nome Bruno-René Huchez si trova a Tokyo nella sua camera di albergo. È venuto in Giappone per incontrare la delegazione di un’azienda giapponese che vorrebbe vendere trattori in Francia quando sulla televisione vede una puntata di Goldrake e ne resta folgorato. Ecco un prodotto che importato in Francia potrebbe avere certamente un grande successo! Con qualche difficoltà riesce a contattare la Toei e poco dopo rientra a Parigi con una valigia piena di grosse bobine di cartoni animati giapponesi.

La “Folie Goldorak
Il successo in Francia di Goldorak è pari a quello in Italia di Goldrake. La famosa rivista Paris Match mette addirittura Goldorak in copertina e racconta di come i bambini francesi siano letteralmente impazziti per questo robot trasmesso con poca convinzione da Antenne 2 durante l’estate del 1978. Il Natale di quello stesso anno, però, il modellino più ambito di Goldorak prodotto dalla Mattel va esaurito. I genitori, per soddisfare le richieste dei figli, si iscrivono alle liste di attesa e chi ha qualche contatto prova a cercarlo al mercato nero. Addirittura in certi grandi magazzini si assumono commessi solo per rispondere ai clienti che per Goldarak, purtroppo, bisogna aspettare…

Il mistero dell’Atlas
Come mai in Italia la serie viene Intitolata Atlas Ufo Robot? L’Italia aveva acquistato la serie dalla Francia e tra i materiali inviati d’oltralpe vi era una guida descrittiva (”Atlas” in lingua francese). Questo “Atlas” di Ufo Robot conteneva la descrizione della storia e dei personaggi. Annibale Roccasecca, allora responsabile del doppiaggio, ritenne che il termine “Atlas” fosse un nome “esotico” che ben si potesse affiancare alle parole Ufo e Robot e propose di intitolare la serie Atlas Ufo Robot. La proposta venne condivisa con il funzionario incaricato della RAI (Nicoletta Artom) e con il dirigente della programmazione per bambini (Paola De Benedetti) che diedero la loro formale approvazione. Non si è dunque trattato di un fraintendimento della lingua francese come si è raccontato in tutti questi anni.

Alabarda Spaziale!!!
Tutti ricordano il celebre grido “Alabarda spaziale!!!” lanciato da Actarus, il pilota di Goldrake. La sua voce è quella del doppiatore Romano Malaspina, grande attore di teatro diplomatosi nella prestigiosa Accademia d’arte drammatica “Silvio d’Amico”. Siamo negli anni del cosiddetto doppiaggio liberto e Malaspina diverrà la voce di tanti altri protagonisti dei disegni animati giapponesi, uno su tutti Hiroshi Shiba di Jeeg Robot d’acciaio.

Goldrake e il Corriere della Sera
Anche sul Corriere della Sera a Goldrake viene dedicato ampio spazio. Ad occuparsene sono principalmente due giornalisti, Leonardo Vergani e Giulia Borgese. Quest’ultima viene addirittura invitata alla trasmissione RAI Pro e contro per partecipare a un dibattito in studio con l’On. Silvio Corvisieri. A lei il compito di difendere l’eroe di tanti bambini sottolineando lo stile della serie (i disegni, i colori, i costumi) e contestualizzandola all’interno di un mondo mitologico che da sempre privilegia l’eroismo.

La crociata di Imola
14 marzo 1980. Durante il consiglio d’istituto della scuola elementare Sante Zennaro, appartenente al secondo circolo didattico di Imola, il genitore di un bambino della classe terza B prende la parola e propone di redigere una breve lettera, cortese ma decisa, da inviare alla RAI, ai ministri competenti e agli organi di stampa per protestare contro la violenza dei disegni animati giapponesi trasmessi in televisione e, soprattutto, contro la loro presenza asfissiante nei palinsesti. La lettera, firmata da oltre 600 famiglie, ottiene un riscontro mediatico senza precedenti e dà il via a quella che è passata alla storia come la “crociata” di Imola contro i disegni animati giapponesi.

Da Portobello a Goldrake
L’eco della crociata di Imola arriva anche in televisione e non solo nei telegiornali. È il conduttore Enzo Tortora, reduce dal successo di Portobello e ritornato in TV con la sua nuova trasmissione L’altra campana che invita i crociati di Imola in studio per sostenere il loro punto di vista. Nella puntata del 18 aprile 1980 cinque anti-Mazinga, come vengono definiti dai giornali, salgono sul palco della rubrica Digliene quattro sostenendo la necessità di disintossicare i bambini che restano come ipnotizzati da questi programmi. Sullo sfondo una sagoma di Goldrake assiste passivamente alla loro reprimenda.

Gianni Rodari e Goldrake
Tra i nomi di spicco del panorama culturale italiano di quegli anni che prendono le difese di Goldrake non possiamo non ricordare il celebre scrittore per ragazzi Gianni Rodari. In un articolo non a caso intitolato “In difesa di Goldrake” Rodari difende il robot giapponese descrivendolo come un ercole moderno, metà uomo e metà macchina spaziale. Secondo Rodari i bambini non sono soggetti passivi di questi disegni animati perché sono in grado di rielaborare il materiale fantastico che la televisione propone loro nel gioco e nelle attività quotidiane. Insomma, diamo più fiducia ai bambini!

Le sigle in Italia
Il successo di Goldrake è dovuto anche alle splendide sigle composte da Vince Tempera e Luigi Albertelli con la collaborazione di Massimo Luca e Ares Tavolazzi. La prima sigla di apertura “Ufo Robot” nel 1978 raggiunge addirittura il quarto posto nella hit parade e vince il disco d’oro superando il milione di copie vendute. Per cavalcare il successo della serie la RAI e la casa discografica Fonit Cetra commissionano al duo Albertelli-Tempera una nuova sigla di apertura, “Goldrake” che faccia da traino a un 33 giri contenente una serie di canzoni dedicate ai vari personaggi della serie. Famosissima anche la sigla di chiusura “Shooting Star” caratterizzata da un ipnotico giro di basso opera di Ares Tavolazzi, già bassista degli Area.

Il ragazzo di Caravaggio
Per la sigla “Goldrake” Tempera ingaggia un giovane cantante di Caravaggio, in provincia di Bergamo. Il suo nome è Alberto Tadini. Dopo i primi passi mossi nel complesso Le corde felici aveva avuto la sua grande occasione nel 1971 partecipando al festival di Sanremo con i Gens, di cui sostituisce il cantante storico Filiberto Ricciardi. La sua carriera nel mondo della musica leggera continua fino a quando non viene chiamato a sostenere un provino per la sigla “Goldrake”. Il provino ha esito positivo e il ragazzo di Caravaggio che sognava di diventare il nuovo Lucio Battisti si trova trasportato nel mondo delle sigle dei disegni animati.

40 anni di Goldrake, 5 motivi che lo hanno reso fondamentale

Il 4 aprile del 1978 arrivava su Rai 2 Goldrake, il cartone giapponese che avrebbe cambiato per sempre la cultura pop italiana
Lorenzo Fantoni Wired, 4 aprile 2018Il 4 aprile 1978 è stato un giorno fondamentale per la televisione italiana, alle 18:45 su Rai 2 veniva trasmessa per la prima volta una puntata di Goldrake, opera di Go Nagai preceduta da una spiegazione di Maria Giovanna Elmi che cercava di contestualizzare il cartone animato. Inizialmente in Italia il cartone animato si è chiamato Atlas Ufo Robot a causa di un madornale errore di traduzione. Visto che la serie fu acquistata non direttamente dal Giappone, ma dai network francesi, il suo nome sulla guida tv transalpina era Atlas Ufo Robot, solo che Atlas era il nome della guida stessa. Dopo l’arrivo in Italia di Goldrake, Grendizer in originale, la televisione italiana non fu più la stessa. Tutte le concezioni che avevamo sui cartoni animati, sull’animazione giapponese e sulla divisione manichea tra cultura alta e cultura bassa, tra intrattenimento per bambini e quelle per adulti, furono spazzate via con un colpo di alabarda spaziale. Sono stati scritti un sacco di libri, soprattutto in Italia, sulla sua importanza, pagine e pagine di cultura pop che mostrano gli effetti e il cammino di avvicinamento a questo tsunami cognitivo.
Ecco a voi alcuni punti che cercano di riassumerne l’importanza.

1. Il primo robot
Potrà sembrare banale, ma Goldrake era il primo robot giapponese a fare la sua comparsa nella televisione italiana e probabilmente anche uno dei primi cartoni giapponesi. E la prima, volta, si sa, non si scorda mai. Fu preceduto da Kimba, Heidi, i Barbapapà, ma un gigantesco robot che prende a pugni mostri grandi come lui non s’era mai visto, fu un vero e proprio shock culturale, un imprinting che ha legato a doppio filo Goldrake con l’Italia. Ogni generazione ha ovviamente avuto il suo robot preferito e ogni spettatore e legato in particolare a quel cartone che per primo lo ha emozionato, ma Ufo Robot è stato il primo a mostrarci supermosse, personaggi incredibili, mostri spaziali e poi c’era quella sigla che diventò in poco tempo la più cantata in tutte le scuole.

2. Una storia diversa
Fino a quel momento i cartoni animati erano considerati fondamentalmente roba per bambini. Certo, alcune fiabe potevano avere momenti più drammatici, ma tendenzialmente un cartone animato era una storia allegra con disegni colorati, personaggi semplici e lieto fine. Goldrake invece ci mostrava un personaggio tormentato che combatteva nemici che arrivavano dallo spazio. Il tema di Actarus, straniero in terra straniera, che cerca di aiutare il popolo che lo ospita conteneva il potenziale per scatenare riflessioni filosofico-politiche che fino a quel momento erano ben lontane dalle serie animate. Goldrake era un cartone con moltissimi livelli di lettura, non era una roba per bambini, era la prova che si poteva fare intrattenimento d’evasione senza per questo rinunciare a qualcosa di più alto, senza tradire a dei contenuti che potessero piacere a più fasce di pubblico. Ecco perché, vuoi per la novità, vuoi per la sua universalità, lo guadavano anche spettatori molto più grandi.

3. Le polemiche
Proprio per questa dissonanza tra l’immagine di un cartone animato e i contenuti Goldrake fu al centro di furiose polemiche. In parte questo era anche legato al fatto che rappresentava qualcosa di nuovo, completamente diverso e quindi non incasellabile secondo i costumi dell’epoca, quindi andava rigettato. Come spesso accade un esercito di genitori preoccupati, benpensanti, educatori, giornalisti e ovviamente politici iniziarono un bombardamento di fila che culminò con una interrogazione parlamentare che puntava alla chiusura della trasmissione. Seguì poi la famigerata “Crociata di Imola” in cui 600 genitori della città emiliana inscenarono una protesta con tanto di raccolta firme che finì sui principali giornali.
La polemica si sparse a macchia d’olio e ovviamente Goldrake e i cartoni giapponesi furono accusati di traviare le giovani menti, ispirare violenza e intaccare l’italico valore di storie nostrane, come Pinocchio. Ignoranza e terrorismo psicologico, veicolato anche attraverso leggende metropolitane di bambini che si lanciavano dalla finestra fingendosi Actarus, erano all’ordine del giorno. Per fortuna i dirigenti Rai e delle tv private tennero duro, aiutati da ascolti e indici di gradimento mai visti. Fra i pochi che cercano di analizzare il fenomeno senza paranoie c’è, a sorpresa, Gianni Rodari, che con un guizzo non da poco paragonò Goldrake a Ercole e agli eroi classici, intuendone le somiglianze mitologiche e la capacità di creare una nuova narrativa epica.

4. Spezzare l’egemonia
Goldrake fu anche fondamentale perché fu il grimaldello con cui la televisione italiana spezzò l’egemonia degli Stati Uniti nell’influenza del nostro immaginario. Dopo Goldrake infatti i cartoni animati giapponesi investirono come un fiume in piena le nostre televisioni, soprattutto quelle private, che non vedevano l’ora di riempire gli spazi vuoti del proprio palinsesto. Fu una svolta nel panorama dei mass media europei che si slegava dall’occidente e si apriva a una cultura completamente nuova che vedeva nei cartoni animati una forma di intrattenimento differente. Se il racconto occidentale ci parlava di draghi, quello giapponese ci descriveva anche il tormento del drago, se da una parte il bene e il male erano chiari dall’altra c’era sempre spazio per le zone di grigio. In un certo senso si può dire che proprio grazie a queste trasmissioni la tv privata iniziò a prosperare, offrendo, con adattamenti spesso drammatici, una mole di contenuti che fino a quel momento ci era completamente sconosciuta. Fu un po’ come scoprire l’intera gamma della cucina mondiale dopo aver mangiato per anni solo brodo di pollo.

5. Una cultura di massa
Gli effetti di Goldrake e dei suoi successori in Italia li vediamo ancora oggi. Non esiste quarantenne che non conosca i circuiti di mille valvole e l’insalata di matematica, che non conosce l’alabarda spaziale e che non sia in qualche modo legato ai cartoni animati giapponesi. Fu uno dei primi cartoni a sdoganare un merchandising a 360° che ancora oggi alimenta mercatini di appassionati e ricerche nelle proprie camerette di gioventù. La permeabilità di Goldrake e compagni nella società italiana ha avuto un effetto curioso e interessante: li ha resi una lingua franca che travalica le classi sociali, il livello di istruzione e l’ambiente lavorativo. Il fornaio e l’avvocato possono non aver alcun punto in comune, ma mettili uno di fronte all’altro a parlare di Goldrake e Mazinga e stai sicuro che potranno andare avanti per ore discutendo su quale fosse il loro cartone preferito, quale la sigla che ricordano meglio e quale il giocattolo che, insospettabilmente, fa bella mostra di sé su una mensola, recuperato dalla cantina.

Prime rapide considerazioni sulla stagione Inverno 2018

Prime rapide considerazioni sulla stagione Inverno 2018 Bene, dal 2016 si assiste a un recupero della qualità tecnica degli anime, visto il punto basso raggiunto nel 2015. Forse inevitabile recupero.
Bando alle ciance, gli anime da vedere e conservare sono molti, a partire dalle corazzate Violet Evergarden, Darling in the Franxxx, Koi wa Ameagari no You ni e Kokkoku e Mahoutsukai no Yome tecnicamente senza dubbio perfetti o quasi. Ma di sicuro non ne conserverò nessuno di essi. Non Koi, scontato; non Kokkoku, che non rientra negli stili da me più apprezzati; non Darling in the Franxxx (almeno per ora) e non Violet, che avevo iniziato a conservare fino all’ultimo episodio pubblicato su Lovely, la storia d’ammmore tra la principessina-bimba e il principotto gagà, mi ha fatto passare la voglia di tenerlo. Nella realtà post-Prima Guerra Mondiale (o roba del genere), vedere il popolicchio di una nazione appena uscita da una guerra di tre-quattro anni piagnucolare per le melense letterine tra principina e principotto, mi ha un poco urtato. In queste storia ha più coerenza e serietà una serie come Tanya il Diavolo. Le melensità un po’ lolycon d’alto bordo proprio no, non le digerisco. Infine, Mahoutsukai no Yome, diciamocelo, è diventato tedioso.
Discorso a parte Hakumei to Mikochi (dei Kanji), felice combinazione tra tecnica e narrazione, il migliore della stagione assieme a Karakai e Violet, non lo conservo, ma penso di recuperarlo una volta svuotati gli HD del PC.
Quindi conserverò serie più consone ai miei gusti, orientati alla commedia contemporanea: Yurucamp, Karakai Jouzu no Takagi-san (dei Tonkatsu), Ramen Daisuki Koizumi-san, Dagashi Kashi 2 (dei Whine se si danno una mossa) (con prima serie da recuperare e conservare), Mitsuboshi Colors, Slow Start (dei TnS, e qui mi chiedo quando Krosis completerà Hinako Note? Non mi interessano qui i lavori di altri fansub), con forse un recupero di Sora yori mo Tooi Basho (troppo scientifico per i gokudipendenti). Forse serie noiose, per qualcuno abituato appunto a Goku et similia (Nanatsu no Taizai, davvero? Visto il primo episodio introduttivo della serie di questa stagione, ho avuto un moto di ribrezzo, lo stesso stile da Arale & Dr Slamp, stessa faccetta gokuesca. No grazie!) Ma a me paiono divertenti e ben fatti. Gradevoli sono Citrus, Ryuuou no Oshigoto!, Takunomi (commerciale puro, ma divertente) e Miira no Kaikata, ma non li conserverò: francamente il PC ha uno spazio limitato (sebbene abbia 4 HD), e devo fare delle scelte, tanto più che tra le serie precedenti scaricate e da guardare, ho scovato un autentico gioiello curato dall’Aozora Team, Hanasako Iroha (e qui altro che Koi wa Ameagari no You ni).
Altre serie da seguire sono Basilisk: Ouka Ninpouchou (ma non è nel mio sentire conservare serie sanguinolente), 3-gatsu no Lion 2 e Osomatsu-san, ma sono seconde serie, con la prima licenziata, quindi niente imboscamento nell’HD pure per esse; idem per il molto bello Fate/Extra Last Encore e stesso discorso per ClassicaLoid 2 e Gintama (perché troppo lunghi), mentre Gakuen Babysitters e Sanrio Danshi sono troppo melensi (sebbene il primo sia una spanna superiore alla paccottiglia che è il secondo; No davvero, HelloKitty per studenti di 18 anni?)
Killing Bites, Hakata Tonkotsu Ramens, Death March kara Hajimaru Isekai Kyousoukyoku e Grancrest Senki, sono autoconclusivi, una volta vista tutta la trama svolta, non serve rivederseli, anche se Death March offre qualcosa in più della trama autoconclusiva, mentre Grancrest diventa sempre più antipatico. Infine, mentre Beatless, che penso di conservarlo solo per riguardarmelo al più presto, IDOLish, Gin no Guardian 2, Hitori no Shita: The Outcast 2 e Spirit Pact possono essere cancellati una volta visti, e senza patemi d’animo.
Se delle altre serie non parlo è perché o sono in streaming, e non seguo che poche volte delle serie in streaming, o perché non m’interessano proprio.

Yojo Senki: Saga di Tanya il Diavolo – Egoismo contro narcisismo. Chi vincerà?

Recensione dell’anime Yojo Senki: Saga di Tanya il Diavolo di Pitucho del 4 aprile 2017 – Anime-kunIl cattivo sei tu, io, lui, lei, tutti! Non fate gli innocentini! Amate questi anime in cui un personaggio malvagio fa ogni genere di cose, le meno comuni e più esecrabili, per raggiungere i suoi scopi. Non importa se è “buono” o “cattivo”, da quando s’impone, tutti sono contenti. Di cosa sto parlando? Youjo Senki adattato dallo studio che fa i primi passi, chiamato NuT, e ripreso da un romanzo scritto da Carlo Zen. E no, non si tratta dell’ammiraglio veneziano dei secoli XIV e XV, ma di un nostro contemporaneo. Attenzione, comunque, il nome dell’autore non mi sembra, se giudico l’anime, essere prodotto del caso. Ma di cosa si sta parlando? Una ragazza di nome Tanya che fa carriera nell’esercito. Cerca di arrampicarsi ai vertici per vivere in posti confortevoli, lontano dai pericoli del fronte. Il mondo in cui vive è scosso da una guerra che corrisponde vagamente alla Prima guerra mondiale. È un mondo fantastico e non ucronico, anche se la storia sembra divertirsi con nomi e riferimenti che ci mettono la pulce nell’orecchio. Non c’era niente del genere vedendo evoluire battaglie aeree con fucili magici. Non siamo assolutamente nello stesso contesto dopo questa osservazione, ma tutto ciò può essere molto bello. Ma non finisce qui! Se fosse solo questo, niente di nuovo. La ragazza è in realtà la reincarnazione di un impiegato giapponese! Sì, nientemeno. Un impiegato da ufficio, che si divertiva a licenziare altri dipendenti fino al giorno in cui una delle sue vittime lo spinse sotto il treno della metropolitana. Indovinate il resto. Da quel momento in poi, una strana entità, proclamandosi l’Onnipotente, gli appare e lo rimprovera per la sua mancanza di fede in Dio. Peggio di San Tommaso, non crede nemmeno a ciò che vede, e viene quindi lasciato in questo mondo sotto la nuova identità di Tanya Degurechaff.
La storia evolve attorno questo confronto. Da un lato, abbiamo l’umano che fa di tutto per rimanere in vita e avere successo, anche schiacciando e sacrificando gli altri mentre cerca di mantenere, ipocritamente, una buona immagine. Dall’altra parte, abbiamo un’entità misteriosa che è l’inquisitrice sulla fede degli uomini sulla sua stessa esistenza, che vale un premio nel mostrare così tanto narcisismo. Bravo, che coppia abbiamo qui! Dio contro il Diavolo direi, anche se entrambi sembrano il Male anche a me. O X contro il Diavolo, se sei ateo come Tanya. Scegliete il vostro campo, soldati! Ma sì, vedo che alcuni arrivano coi loro argomenti in gran fretta. Come ho fatto a guardare ciò che sembra una truffa a miglia di distanza? Per quanto l’illustri come una battuta di pesca, dandovi a prima vista ragione. La scommessa di Youjo Senki è catturarci come pesci all’amo giocando sulle caratteristiche della protagonista. Niente da mostrare in primo piano su un poster, l’espressione seria di una ragazza preadolescenziale, con gli occhi penetranti, è sufficiente ad attirare l’attenzione di un pesce affamato. Aggiungete poi nella storia altrettanto disturbata la personalità della ragazza che suscita l’irresistibile desiderio di dare un’occhiata… Solo per vedere qualcosa! Non si può mai sapere…
Così, con occhi stravolti si ha il coraggio di guardare con colpevole intento il primo episodio. Di fronte a un personaggio improbabile, ne beviamo le parole, osserviamo ciascuno dei suoi gesti e ci chiediamo costantemente perché e come. Concludendo tutto e dandoci soddisfazione, il gioco si basa sul momento fatidico in cui ci diletteremo nel vedere il sorriso malvagio apparirgli sul volto. Ciò è particolarmente apprezzato dal fatto che la personalità disturbata contrasta con l’aspetto adorabile da bambina, lasciando poi spazio all’aspetto demoniaco. E dannazione, funziona! Il pesce abbocca, viene preso, il pescatore lo tiene fermo e poi tira la lenza. Inoltre, nei seguenti episodi, il pesce vivrà quindi il brutto momento di testimoniare l’attitudine esecrabile del personaggio! Dei suoi atti sadici!! Dei suoi vili pensieri egoistici!!! Delle sue deformità facciali così benvenute!!!! Quest’ultimo è così ben illustrato dal pezzo finale di Youjo Senki. Che deliziosa! Il pesce vuole sempre di più. Prigioniero del destino disastroso, perde forza mentre pregusta ciò che crede essere la sua preda e si lascia trascinare fuori dall’acqua rendendosi conto troppo tardi di non essere il predatore. Mi hai preso NuT. Basta, andiamo!
Esagero forse le parole ma beh tutti sanno, da quando elogiai Cross Angel, che sono un personaggio terribile, che passa il tempo a guardare anime classificati H,in una stanza buia, con migliore compagno una scatola di Kleenex. È impossibile per una mente perversa come la mia pensare diversamente. Ad ogni modo, anche se le menti esperte sorridono a ciò che sembra l’ennesimo tentativo di derubarci, mi taglierò la mano se non sia, di gran lunga, l’unico ad esserne vittima. Quindi, non vergognatevi poveri diavoli! D’altra parte, è necessario chiarire il fatto che vi permetto di credere che Youjo Senki sia una brutta serie che prende in giro il mondo mentre la verità è un po’ diversa. È una serie gradevole. Lei certamente se ne frega dei vostri commenti, ma è comunque una serie piuttosto buona e potrebbe non essere come immaginate. Almeno, l’idea che mi sono fatto che riguarda solo me. Quindi, siate gentili, salvate le casse del giovane studio. L’ha fatto per questo. Cosa? Mi sono venduto? Nient’affatto, per niente.
Aspettate che vi attacco adesso. Credete veramente che il personaggio sia disturbato? O io? Non farete mai una frittata senza rompere le uova. Centra il punto qui e la, e non per la qualità della storia, perché qui si nota, ma per la nostra stima. La mia interpretazione vede un punto interessante nascondersi dietro questa personalità squilibrata. Non la vedo come semplice desiderio di mostrarci un concentrato di egoismo perché si esaurirà molto rapidamente. Vedo anche il desiderio di renderci consapevoli della realtà del suo comportamento ed è il genio dell’autore piuttosto che lo studio che fa girare la ruota. Il tratto esagerato della sua personalità è in effetti piuttosto rappresentativo della società. Le conversazioni che il personaggio ha con gli altri sono paragonabili a situazioni reali. Quelli coi suoi superiori gerarchici lo sono ancora di più, agendo in modo tale che il successo professionale le arrida. Più che un personaggio mostruoso, misura le parole e le azioni per fare carriera, proprio come tutti gli altri alla fine, come faremmo durante le interviste per il lavoro. Vi siete riconosciuti infami. Pertanto, le scelte dello script sullo sviluppo del personaggio generano due effetti. All’inizio, ci disgustano e allo stesso tempo ci divertono, mettendo in evidenza tutto ciò che è pessimo e detestabile in questo comportamento, grazie al fatto che ne vediamo la nuda personalità. Una seconda volta, finiamo per seguire in modo piatto e quasi disinteressato un atteggiamento che diventa banale e non più scioccante. In effetti, le scelte del personaggio nelle situazioni ci sembrano abbastanza evidenti e il tutto perde sapore. Ma confermano un’impressione inquietante per quanto riguarda le disgrazie della guerra.
Il contesto è ben trattato sulle questioni geopolitiche, con piccoli riferimenti alla dottrina della guerra giusta, attraverso regole e trattati sulla guerra evocati dai personaggi. Ritornando sulla trama iniziale, si utilizza il conflitto su vasta scala per contenere lo scontro tra Tanya e l’entità. Ma allo stesso tempo, le molte battaglie e operazioni condotte da Tanya e dalla sua squadra fanno semplicemente parte di un filo rosso ben identificato: vincere la guerra. Ebbene sì, siamo qui per parlarne. Sembrando più utile come sfondo di un anime in cui la storia ci viene venduta con l’effige di Tanya, questo passo diventa più intrigante e chiaro con l’avanzare degli episodi. Coinvolgendo riferimenti storici e tecnologici, la componente strategica per gli alti ufficiali si concentra sulle questioni postbelliche, vale a dire il futuro del continente tra le potenze e il suo equilibrio del terrore. Questo approccio narrativo arriva fino al punto di dare la misura davvero interessante alla fine, anche se alcuni punti, considerato lo stretto confronto con la nostra Storia, tendono ad essere ridicoli. Questo mi spinge ad incolpare l’autore di mancanza di immaginazione, o forse di troppo grande fascino per la storia per voler deviarne. Da un lato, è un peccato perché mantengo l’impressione di uno strano dominio tra finzione e realtà. D’altra parte, al contrario, usare uno o più periodi della storia senza realmente presupporre che la loro trasposizione nell’opera sia piuttosto intelligente da parte dell’autore.
La preoccupazione principale ruota intorno alla domanda su Dio, o X per gli atei, mi ha alquanto infastidito. Prima di contestualizzare, la Storia ha conosciuto le inquisizioni religiose richieste da uomini che affermavano di agire in virtù di una missione divina. Sì, ma qui è Dio che è l’inquisitore e persino il boia. Da cui mi chiedo se il mondo degli uomini non sia marcio perché Dio è anche marcio. Non dimentichiamo, se si crede alle Sacre Scritture, che gli uomini sono stati creati a immagine di Dio. Come può un essere perfetto creare esseri imperfetti? Non ha senso! Sì, chi ha detto che Dio è necessariamente buono o perfetto? Quindi, in questo anime, ciò che rende ancora meno sensato è presentare uno scontro tra un creatore apparentemente onnipotente, creatore di alfa e omega, e un mortale. Logicamente, la lotta è persa in anticipo. Anzi, gli si concede il corpo che vuole e le capacità che desidera. Non c’è niente che gli impedisca di opporsi a Tanya il giorno in cui si stancherà di giocare al gatto e topo. L’interesse si baserà poi su come Tanya perderà. Solo che partiamo dal presupposto che esista proprio Dio, contrariamente a ciò che crede Tanya, che alla fine dà del senso questa storia. In breve, ammettiamo ciò che vogliamo e mettiamo da parte la logica. Avete capito, non sapevo dove sbattere la testa e il lento progresso dell’anime in una dozzina di episodi non risponderà a questa domanda. Ecco perché leggere i romanzi o aspettare l’uscita della seconda stagione che sembra possibile. Quello che ricordo è che questo piccolo gioco è per Dio, o X, null’altro che una partita a scacchi in cui ha tutti i pezzi principali contro pedine che si credono potenti. Dio, o X, è un bastardo, niente di più, niente di meno, chi s’incazza e si diverte a torturare un essere come lei, lasciandole credere di avere una possibilità in questa guerra. E usa il mondo per ciò. Quindi più che una guerra tra Dio o X e Tanya, è una guerra tra il mondo e Tanya. Qualunque cosa sia, io vi parteggio. Sono un bravo fesso… eh.

La Saga di Tanya il Diavolo avrà come sequel un Film

ANN 07/01/2018

Il numero di febbraio della rivista Newtype di Kadokawa riporta che il prossimo film anime basato sulla serie di romanzi Saga del Diavolo (Yojo Senki) di Carlo Zen e Shinabu Shinotsuki sarà un’opera nuova di zecca (al contrario della compilation o del riepilogo). Inoltre, il regista Yutaka Uemura ha dichiarato alla rivista che il nuovo film seguirà gli eventi dell’anime televisivo, notando che il film dipingerà il cambiamento nel rapporto tra Tanya e i vertici militari, così come con le sue truppe. Uemura ha anche notato che inizialmente non c’erano piani per realizzare un film dopo che la serie era finita, ma il film riceveva il via libero grazie al supporto dei fan, aggiungendo che il film gli permetterà di concentrarsi soprattutto sulla colonna sonora per ottimizzarlo alla rappresentazione teatrale. Inoltre, ricordava di aver visto di recente Dunkerque di Christopher Nolan e che influenzerà sicuramente la realizzazione del film. A parte Uemura, la rivista indicava lo Studio di animazione NuT e le doppiatrici Aoi Yuki (Tanya Degurechaff) e Saori Hayami (“Visha”) ritornare sull’anime televisivo. L’account Twitter ufficiale dell’anime televisivo affermava che la replica del secondo episodio dell’anime avrà un “annuncio molto importante” l’8 gennaio, alle 24:30. L’anime televisivo fu presentato in anteprima a gennaio 2017. Crunchyroll trasmise in streaming la serie e Funimation trasmise la versione in inglese.
Carlo Zen e Shinobu Shinotsuki hanno lanciato la serie di romanzi nel 2013 e l’ottavo romanzo fu pubblicato lo scorso giugno. Il nono uscirà il 12 gennaio. L’adattamento manga di Chika Tojo viene serializzato nel mensile Comp Ace di Kadokawa e Kadokawa ha pubblicato il settimo volume nel novembre 2016.
Yen Press ha pubblicato sia il romanzo originale che l’adattamento manga e descrive la serie: “In alto, sopra le trincee imbevute di sangue e fango, una ragazza si contrappone ai maghi dell’esercito in cruciali duelli aerei con proiettili, incantesimi e baionette. Il suo nome è Tanya Degurechaff e lei è il Diavolo del Reno, uno dei più grandi soldati che l’Impero abbia mai visto! Ma nella sua mente vive un ex-impiegato spietato e calcolatore che godeva di una vita pacifica in Giappone fin quando non si risvegliò in un mondo dilaniato dalla guerra. Rinata come povera ragazza orfana senza nulla ma che ricorda la vita precedente, Tanya farà tutto il necessario per sopravvivere, anche se si ritrova dietro solo la canna del fucile!” Il 25 novembre fu lanciato il manga spin off gourmet intitolato Yojo Senki Shokudo di Kyiochi.

L’anime TV A Certain Magical Index Season 3 confermato per il 2018

ANN 1.01.2017Il caporedattore di Dengeki Bunko, Kazuma Miki, confermava a Tokyo, al “Dengeki Bunko Aki no Saiten 2017” (Festival autunnale Dengeki Bunko) che la terza serie televisiva dell’anime basata sulla serie di romanzi rosa A Certain Magical Index di Kazuma Kamachi ha il ia libero. L’anime sarà presentato in anteprima nel 2018 nell’ambito del lancio di “A Certain Project 2018” (2018-Nen To Aru Project). I membri del cast vocale Atsushi Abe (voce di Toma Kamijo) e Yuka Iguchi (voce di Index) sono apparsi all’evento per l’annuncio e confermavano di aver ripreso i loro ruoli per la nuova stagione.
La serie di light novel della Kamachi ha ispirato due serie di anime televisive, un film di animazione nel 2013 e vari adattamenti manga. Il manga spinoff A Certain Scientific Railgun ha anche ispirato due adattamenti per anime televisive e un video anime originale (OVA). Yen Press ha pubblicato la serie originale del light novel in inglese, e Funimation tutti gli adattamenti anime per il Nord America tranne A Certain Scientific Railgun OVA, e Seven Seas Entertainment ha pubblicato i manga A Certain Scientific Railgun e A Certain Scientific Accelerator in inglese, e Yen Press pubblica il manga A Certain Magical Index in inglese.
Miki aveva detto allo stesso evento della Dengeki Bunko nel 2015, “Infine, non ci sarà ancora la terza stagione per Index. Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace molto“, inchinandosi più volte verso il pubblico e persino mettebdosi una posa di prostrazione sul palco. La scorsa primavera, chiese ai fan sullo stesso stage di “attendere ancora un po’ la terza stagione!

Tre serie anime completamente inedite in Italia

Almeno tre ‘recenti’ serie anime non sono mai state tradotte, con o senza licenza, in Italia. Anche se mi pare che i fansub Gitah o ACK ne abbiano tentano la traduzione:

Kujibiki Unbalance (3 OVA – 2004 tradotti ma introvabili, 12 episodi – 2006, inedito in Italia)

Showa Monogatari (13 episodi – 2011, Showa Monogatari Movie – 2011, inedito in Italia)

Tenshi na Konamaiki (Cheeky Angel) (50 episodi – 2002, inedito in Italia)

“Si prega d’inserire il CD-1” – Critica dell’anime New Game!

Kael, Anime-kun 1 luglio 2017Ciò che vi aspetta in questa nuova avventura è una commedia da vita quotidiana con forti connotazioni kawai/moe/otaku/geek. Vedo che alcuni saltano impazienti e altri che già cominciano ad alzarsi per andarsene dalla stanza. Vi prego di calmarvi e rimanere fino alla fine. La storia non è il motore dell’opera, ma invece ci mette nel contesto. Seguiamo Aoba entrare nel mondo del lavoro subito dopo aver completato gli studi al liceo. Viene assunta come chara-designer in un’azienda di videogiochi. Vedremo i suoi primi passi nell’azienda così come i suoi contributi ai progetti. La serie non ha un approccio realistico. Prima di lanciarci, la nostra intuizione ci avverte. Questa sensazione viene confermata nei primi minuti, già solo sul chara-design. Aoba si suppone abbia 18 anni, visto che avrebbe dovuto andare all’università. Sì, siamo proprio nell’anime che avete in testa. Allo stesso tempo, ne ho già preannunciato il vero tenore. Inoltre, tutti i personaggi sono di sesso femminile, relativamente infantili per vari motivi. Va bene? Siete pronti per il passo successivo? Bene.
Aoba entra nel suo studio. La descriverei laboriosa, determinata, alle prime armi (logico) e decisamente kawai (come molti personaggi qui). Attorno a lei tre persone lavorano nello stesso studio, per così dire, dall’età non così lontana: un maschiaccio, una timida e una principessa gotica non irritante (raro). Si tratta di personaggi (perché ovviamente nessuno è di stirpe reale a New Game) come mi appaiono. Poi arrivano i personaggi più anziani (dai 25 anni in su): la regista un po’ perversa e assente; una direttrice artistica che è, in qualche modo, la babysitter responsabile dei chara-designer, e che di per sé ha un carattere al tempo stesso esigente e informale (resta in mutandine di notte sul posto di lavoro), e la vedremo molto spesso perché essendo la diretta superiore di Aoba le affida direttamente i lavori da completare; infine una fanatica delle armi, imponente, capo programmatrice dall’autorità apparente (si smaschera facilmente appena appare troppo gentile, in fondo). Per non parlare dell’amica d’infanzia di Aoba, dallo stesso sviluppo fisico, al primo anno di università. Mentalmente più infantile di Aoba, ma entrambe giocano restando su tale livello, “Lei è così goffa che mi sento in dovere di starle dietro”.
Va bene, avete seguito? Tutte queste persone hanno avuto, ovviamente, un designer che le ha un po’ ringiovanite, ma non si tratta di scienza missilistica. È possibile vedere le differenze tra “generazioni”. Ecco, come volete che vi convinca a guardare New Game? Probabilmente avrei dovuto adottare un altro approccio in questa critica. Uhm, ma no. In ogni caso, si noterà l’aspetto surreale che ho cercato di descrivere. Sulla carta, s’insedia la sfiducia, ma nei fatti New Game si dimostra molto divertente come serie da seguire. Perché?
In primo luogo, il dosaggio è corretto, né troppo duro né troppo blando. Ben equilibrato anche se mancano brio e momenti clou. Detto questo, i personaggi sono accattivanti e non annoiano. La loro personalità non è esacerbata, resta misurata, evitando un sovradosaggio di sentimentalismo e portando consistenza a personaggi insospettabili (anche se la commedia meriterebbe un approfondimento dei personaggi e dei loro rapporti). Una ricetta dolce, ma non troppo, a volte salace con sequenze un po’ perverse ricordandoci che moe, non illudiamoci, non significa solo simpatico. In breve, una miscela appetitosa ad ogni morso.
In secondo luogo, la commedia si basa su temi chiave come il primo giorno di lavoro, il primo ritardo, la prima uscita al bar dopo il lavoro, il primo stipendio, le ore di straordinario, le scadenze, ecc… offertici in modo semi-realistico alimentando il lato quotidiano. Ciò provvede la strana visione di qualcosa di relativamente plausibile anche se non veramente tale. La qualità della rappresentazione (senza momenti clou) e delle idee rendono gradevole seguire la vita quotidiana di questi personaggi. Abbiamo anche, allo stesso tempo, un buon ritmo di situazioni divertenti che permette alla serie di evitare la trappola della ridondanza.
In terzo luogo, New Game c’invita nel mondo della progettazione dei videogiochi. L’opera non dimentica di darci un quadro dell’azienda e del suo funzionamento come compagnia di produzione del settore, permettendoci d’inquadrare i personaggi pur avendo un minimo d’interesse nel soggetto. Inoltre, abbiamo una panoramica del loro lavoro e delle scadenze, guardando da vicino il lavoro specifico dei chara-designer attraverso Aoba e la sua bella squadra, anche se non tutti sono del ramo. Così, come descrizione e “realismo” di un ambiente favorevole, siamo lontani da Shirobako (anche se quest’ultimo ha anche la sua parte di kawaititudine e nuvolette soffici). Tuttavia, l’obiettivo rimane offrire con New Game una commedia leggera di vita quotidiana, quindi senza inquietare come un manuale d’iniziazione, bello spesso, per principianti. L’interesse principale è altrove. Eppure, il tema della creazione di videogiochi dà l’impressione di portare da qualche parte, di non girare a vuoto, di avere un argomento di cui parlare (per noi giocatori) e questo è molto significativo.
New Game è riuscito. La maggior parte dei fan del genere potrà trascorrere un momento piacevole. Per i refrattari, perché non indulgere? Chi lo sa, potreste inserire il secondo CD della stagione! Sono certo che questa piccola licenza potrà piacere. Quanto a me, non sono stato preso da una folle passione guardando New Game, ma questa nuova esperienza (non la prima) nell’universo della carineria pieno di sentimenti, mi porta a scrivere che questa compagnia va condivisa e consigliata.

Voto: 7/10