Il Leader – Episodio 6 – La Prima Internazionale


Il Leader – Episodio 6 – La Prima Internazionale (MKV – 1080). A cura di StratosAnime.

Opere citate
Istruzioni per i delegati del Consiglio Centrale Provvisorio dell’A.I.L.
La Guerra Civile in Francia

Zombieland Saga – Perché è la nostra Saga

Recensione dell’anime Zombieland Saga, Animekun 05 gennaio 2019

Ci sono questi anime in cui immaginiamo fortemente l’incontro che li fece nascere. Alcuni occhiali, probabilmente della droga, una potente mancanza di ispirazione, e infine alcuni pezzetti di carta disegnati in un cappello che, messi uno alla volta, formano uno scenario a cui un uomo sensibile non avrebbe saputo rifiutare. È questo tipo di aberrazione che dà vita a cose come Zombieland Saga, un’enorme collaborazione che riunisce Cygames e lo studio Mappa, che sicuramente hanno 1) ricevuto un assegno, 2) pensato di non aver tralasciato nulla da provare dall’ultima serie di successi e 3) piangevano così tanto prima dell’adattamento del fantastico Banana Fish da essere felici di cambiare idea. Ve lo dico da un po’, noterete che Zombieland Saga si presta a questo. Spacciato vagamente come serie horror con un cast di ragazze carine, la serie non perde tempo a far capire in cosa sei finto con, diciamo, la sottigliezza di un camion lanciato addosso con gra ricorso di slow motion e riff di chitarra. Ma andiamo avanti.
Zombieland Saga è il concetto stesso di stupido crossover, scenario allucinatorio della stupidità. Sotto la guida di un manager bipolare, 7 ragazze vengono risuscitate come zombi per diventare idol e salvare la morente prefettura di Saga. Sono tutti più o meno legati al mondo delle idol e dello spettacolo, vengono da periodi diversi e devono nascondere la loro vera identità per non rischiare di finire isolate da cerchie di umani terrorizzati. La loro motivazione è naturalmente inesistente, ma la nostra eroina Sakura ha l’amnesia e vede nella strana passione che l’anima quando va sul palco, la strada da seguire per ritrovare la memoria. Questo motiva la band nel diventare un gruppo di idol complete. Morte, ma famoso comunque.
Per alcuni episodi, i personaggi vanno a tastoni come la serie. Avventure stravaganti sullo sfondo di generi musicali che vanno dal rap di strada al death metal, e con schizzi improbabili, si potrebbe trovarvi uno sfondo di cinismo. Queste adolescenti trasformate in zombie, pronte a fare qualsiasi cosa per vendere e farsi un nome, non hanno altro scopo nella vita che allenarsi a diventare delle star, e di dover mantenere attentamente la loro immagine pubblica sotto pena di linciaggio; nonostante l’atmosfera leggera e l’umorismo onnipresente, il sottotesto cigolante è abbastanza visibile. Anche la forma dell’anime sembra dare un omaggio molto parodistico al genere anime idol: le ragazze, coi loro enormi occhi, le grandi teste e le mani minuscole, sono più moe del moe stesso, le coreografie in CGI non si sforzano di essere altri che orribili, discorsi motivazionali sono stupidi e gli incredibili progressi delle Franchouchou in dodici piccoli episodi renderebbero realistici qualsiasi nekketsu.
Ma Zombieland Saga, se guarda realisticamente all’industria idolatronica, reale o fittizia, non se ne prende gioco. L’anime non è così cinico quanto rispettoso verso queste giovani donne. Così, superata una prima fase di puro delirio allucinogeno senza coda o testa, Zombieland Saga so propone di esporre rapidamente ma efficacemente il passato di ogni membro delle Franchouchou, proponendo una seconda parte della serie piuttosto classica nel corso ma comunque interessante. Ogni protagonista dal passato e del periodo diversi diventa stranamente comprensibile scoprendone l’universo, dando origine a episodi sorprendentemente interessanti, emotivi, addirittura decisamente sorprendenti per alcuni (Lily per esempio). E se l’industria viene criticata, il concetto stesso di idol viene onorato dalla determinazione e dal cuore delle Franchouchou crescendo e volendo portare qualcosa di buono e nuovo al pubblico. Come il misterioso manager, la serie, sotto la sua buona scorza di pura scarsezza, è davvero appassionata alla materia. E alla fine, noi spettatori cerchiamo le gag e le assurdità, potendo aver affetto per Sakura, Junko, Tae e le altre, vedendole portare a termine la loro ricerca fino alla fine e salvare Saga, zombi o no. Un piacere nella narrazione che viene anche trascritta nella forma, cogli animatori che si divertono molto, alcune coreografie in buon 2D e una CGI che senza essere perfetta migliora di molto negli ultimi episodi; notiamo anche le scelte del doppiaggio, che danno una vera identità sonora a tutte le ragazze e le canzoni, dopo tutto molto belle, anche se la palma d’oro va al manager e alle sue impronte vocali impossibili.
La strada non è perfetta: la fine, pur avendo successo, rimane brusca e le scelte dello scenario lasciano irrisolte alcuni intrighi di cui avremmo voluto avere risposta. Forse l’OAV o una stagione 2 le completeranno anche se temo che un sequel non manterrà l’originalità di questa stagione. Ma la strada è ancora buona, perché Zombieland Saga, questo improbabile incrocio di generi, il suo umorismo la cui assurdità conferisce assoluta stupidità, i suoi personaggi estremi e colpi di scena ancora sottili come un camion che travolge tra grandi passaggi al rallentatore e piani riciclati, dovrebbero essere puramente e semplicemente zero. O no!

La tragica fine di Gundam

Mi sto sciroppando le serie Gundam, almeno quelle liberamente disponibili, e avendone visto abbastanza, tipo SEED e 00, posso concludere che serie come Sentou Mecha Xabungle, Taiyou no kiba Dougram, Aldnoah Zero, Argenvollen e soprattutto Ginga Eiyuu Densetsu, sono da una a dieci spanne superiori, soprattutto rispetto ai deliri da mucchio selvaggio di SEED e 00, bi-serie che finisce nel grottesco film A Wakening of the Trailblazer, bello spettacoloso, adatto ai cinema, ma dal finale, beh; l’umanità che trova la pace facendosi annettere da una colonia di minerali senzienti venuti dallo spazio più sprofondo (qualcosa che ricorda i romanzi di Lovecraft), e l’eroe psicopatico Satsuna F. Seisei (ma effe cosa?), che si trasforma infine in un bambolottone metallizzato che irride la tenerosa principessina mediorientale, ora ridotta in vecchia che suona la pianola…
E questo sarebbe il succo della violenza moralizzatrice di Gundam SEED e 00?
Che tristezza.
Le produzioni meritevoli della serie, di quelle che ho visto, mi risultano essere solo il movie da 30 minuti Thunderbolt: December Sky e la serie Unicorn RE:0096, che metterebbe la parola fine a questa sagra della saga.
Dite che spoilero? Ma no, basta notare come la sagra della saga finisce nelle serie Build, ovvero in battaglie on line tra costruttori di modellini di plastica dei Gundam (Gunpla), per capire che ‘sta sagra della saga finisce in barzelletta, irrisa dagli stessi curatori, che non credendoci affatto, trasformano la serie in uno spottone pubblicitario per le ditte di modellering.
Ma comunque meglio così, altrimenti sarebbe stato peggio, se ci avessero creduto davvero, come nei deliranti episodi guerrafondaio-pseudopacifisti si credono divinità Satsuna F. Seisei e Kira Yamato (Yamato, come la supercorazzata giapponese affondata in poche ore di attacchi aerei dagli statunitensi).
In sostanza, Gundam è una trasposizione interplanetaria e futurologa, su video, della fase più violenta della Storia del Giappone, quella degli Stati combattenti del 1500, (escludendo i 50 anni di follia dal 1895 al 1945), con i vaneggiamenti unificatori del signore della guerra Oda Nobunaga portati alle stelle dagli eroi pseudo-positivi della megaserie.
Come detto, ad essa superiori sono le serie mecha su accennate, e decisamente lo è la Saga dei Leggendari Eroi Galattici, dove si parla di cose cui la massa di bimbimkia gokuizzati assillati da fantasiosi duelli surreali e fantasmatici mai potrebbe saper interpretare.
In conclusione, dopo essersi sorbiti i pistolotti moralistico-guerreschi delle serie Gundam, vedersi Anima Yell!, Yama no Susume o Gaikotsu Shotenin Honda-san è solo salutare.

Intervista “planetaria”: con il regista Naokatsu Tsuda e il produttore, Hiroyuki Aoi

È ora o mai più! Intervista con il regista, Naokatsu Tsuda e il produttore Hiroyuki Aoi di “Planetarian
Manga Tokyo

La storia è ambientata in “una distopia” diventata oggetto di una guerra biologica 30 anni prima. Il protagonista entra in questa città in rovina, e arriva in cima ad un edificio per scappare dai robot che controllano la città. Lì, vede un planetario dimenticato e il robot Yumemi Hoshino, che aspetta all’ingresso.
Nel 2004, l’editrice Key Visual, ben nota per le sue edizioni ‘AIR’ e ‘CLANNAD’, pubblicò il primo volume del romanzo cinetico ‘Planetarian‘ come gioco innovativo. I giocatori partecipano senza avere scelte multiple, come se guardassero un film. Originariamente, fu pubblicato solo online. Alla fine, il mercato e la sua piattaforma raggiunsero altri dispositivi e fu pubblicato per PS2, PSP e smartphone (Android, iOS). Le recensioni su ‘Planetarian’ furono molto buone e questo è un film molto atteso. Sarà distribuito online e nei cinema. La produzione dell’animazione è della ‘David production‘, nota per la serie di animazione TV ‘Jojo’s Bizarre Adventure’. Il regista Naokatsu Tsuda dimostrava talento ed abilità nel realizzare questa serie di anime televisivi, e ammette apertamente di essere un grande fan della Key da molti anni.
Oggi, Anime! Anime! Invitano il regista Naokatsu Tsuda e il produttore Hiroyuki Aoi nell’intervista. Scopriamo il loro entusiasmo per “Planetarian” e la vera intenzione per cui scelgono online e cinema per la distribuzione.

Intervista di Yohei Hosokawa
‘Planetarian’

Niente rimpianti, fatelo e basta!
Per prima cosa, mi dica perché hai deciso di realizzare un film animato “Planetarian” e perché adesso. Vorreste darmi le vostre opinioni, signor Aoi?
Produttore, Hiroyuki Aoi (Aoi): Sicuro. Sono passati 12 anni dall’uscita di “Planetarian“. Originariamente era disponibile solo online tramite vendite download come primo volume del nuovo romanzo cinetico della Key. Non ha venduto così tante copie, in parte a causa della disponibilità su Internet. Tuttavia, “Planetarian” fu pubblicato con successo su varie piattaforme negli ultimi anni, tra cui lo streaming estero nel 2014. Di conseguenza, il numero di vendite raggiunse le 130000 copie. Ora è il momento, quando abbiamo l’ambiente e le tecnologie perfette per il networking, per raggiungere la nostra idea di ‘guardare sempre e ovunque’ come volevano per l’originale ‘Planetarian‘. Inoltre, l’universalità della storia e il tema dell’interazione uomo-robot attraggono sempre, ed è sempre così da molti anni. Quindi, perché non concedere l’opera a tutti i fan che l’hanno sempre amato e l’amano. È così che è iniziò il progetto. Inoltre, non c’è dubbio che tutti caduti amiamo “Planetarian“.

Regista Naokatsu Tsuda (Tsuda): La prima pubblicazione di “Planetarian” fu nel 2004, anno in cui iniziai la carriera negli Anime. Siamo al dodicesimo anno. Ci sono così tanti lavori, ma credo che il pubblico non dimentichi mai il lavoro eccezionale svolto. Penso che “Planetarian” sia un perfetto esempio di ciò. È chiaramente fantascientifico, ma la sua ambientazione non è superata nemmeno adesso. Sono sicuro che questo titolo sarò ancora ottimo per l’animazione e catturare l’attenzione anche dopo 10 anni. Inoltre, come dice Aoi, non siamo legati a nessuna piattaforma particolare e questo ci spinge in modo significativo a realizzare l’animazione oggi.

Come si è deciso per “David production” e il regista Mr. Tsuda?
Aoi: ‘David production‘ presta il massimo rispetto per il lavoro originale, e questo è da apprezzare.

Tsuda: Grazie.

Aoi: Anche molti fan della Key sembrano essere molto attaccati a “Planetarian“… e quando pensai a uno studio di produzione in grado di rispondere alle esatte richieste dei fan, ho potuto trovare solo “David production“. Detto questo, non mi aspettavo di vedere il signor Tsuda regista. Sapevo che era molto impegnato con “Jojo’s Bizarre Adventure” (lol).

Tsuda: Sono un regista della David production, quindi frequento regolarmente la riunione di pianificazione. Nell’incontro con un gruppo di produttori della David production , avemmo l’opportunità di discutere chi sarebbe stato il migliore come regista di “Planetarian”. Lì, onestamente, non volevo pentirmi rinunciando a questa possibilità di lavorare con anime della Key che adoro… quindi alzai la mano (lol) e colsi questa opportunità!

Creare “Planetarian” tramite i colloqui con ogni singolo membro dello staff
Sono curioso di sapere come il signor Tsuda si destreggiava negli impegni di lavoro…
Tsuda: Nella squadra di “Planetarian“, abbiamo il signor Katsuichi Nakayama che fu assistente alla regia di “Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance” e “Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo“, così come il signor Toshiyuki Kato che proviene da “Jojo’s Bizarre Adventure” ed ha anche diretto “Level E”. Con questi grandi registi di serie, dovevo solo guidare la squadra di ‘Planetarian’.

Quindi, come la guida?
Tsuda: Questa storia aveva la chiara intenzione di portarla ai fan e come. In altre parole, dovevamo concentrarci su un approccio cinematografico che richiedesse la realizzazione di scene in tempi più brevi rispetto a quelli delle serie TV. Così, scrissi la sceneggiatura per adeguare l’opera al film. Così facendo, potevo relazionarmi al lavoro molto più a fondo quando era nel processo di creazione della storyboard. Potevo reimpostarla da zero.

Aoi: Il signor Tsuda condivide anche il ruolo di Sound Director con Takayuki Yamaguchi.

Tsuda: Per quanto riguarda la musica, l’ho creata parlando con il signor Yamaguchi e completai l’ordine. Quando la musica arrivò, la combina con lo storyboard per trovarne un uso efficace nel film. Il signor Yamaguchi, direttore del suono, e io avemmo ripetute discussioni fin quando non fummo d’accordo. Siamo nella stessa generazione e questo rende ideale scambiarci le idee. Ho fiducia e rispetto per le sue opinioni.

Ho notato che anche Lei e il signor Shogo Yasukawa avete condiviso il ruolo di sceneggiatore. Questo per la stessa ragione di cui abbiamo parlato prima?
Tsuda: Si, è esatto. Scambiai spesso pareri con lui e scrissi una struttura sintetica per il signor Yasukawa per finalizzarla. Quindi, scrivemmo insieme la sceneggiatura. Abbiamo lavorato insieme per “Jojo’s”, e questa volta fu più facile come partner. Sound Director e Script Writer sono entrambi cruciali in questo film, ma ho avuto modo di scegliere persone che potevano dedicarsi al lavoro emotivamente ed empaticamente.

Sembra che le si sia appassionato a cogliere la situazione generale.
Tsuda: Esattamente. Mi è stato detto che potevo creare “Planetarian” a modo mio. In altre parole, dovevo capire la sfida cruciale su come farlo nell’animazione. Non significava usare le scene esatte dell’opera originale, ma dovevo evidenziare cosa e come ricreare l’originale nel film. Sapevo che dovevo fare qualcosa di chiaramente migliore dell’originale. Quindi, decisi di “Continuare ad adare avanti e creare! Prepararsi a lottare ferocemente per il successo!”

Sembrava molto determinato.
Tsuda: Sì, mi assicurai di parlare con ogni singolo membro dello staff per creare questo ‘Planetarian‘.

Regista della maggior parte delle opere del signor Daisuke Ono
Ho saputo che hai il controllo totale sul casting dello staff artistico. Il grande cambiamento sarebbe l’aspetto del protagonista principale, Kuzuya, giusto? Non ha un aspetto fisico dell’opera originale, quindi come è arrivato a questo design?
Tsuda: In primo luogo, avevo già due persone in mente, il signor Daisuke Ono e la signora Keiko Suzuki di “Planetarian” originale. Non avrei accettato il film senza di loro se ne fossi il fan e li volevo sicuramente nel nostro team. È tipico vedere un personaggio come il suo doppiatore quando ci si basa solo sulla voce. Abbiamo anche aggiunto la virilità dei personaggi maschili di Eiji Komatsu. Inoltre, con un gioco bishojo/gal, il volto di una protagonista si nasconde spesso dietro la frangia, così abbiamo impiegato questa teoria per completare i disegni dei personaggi.

Aoi: Il signor Ono ha detto che era ancora giovane e agli inizi della carriera quando ebbe il compito in ‘Planetarian‘. Quindi, è molto emozionante e importante di nuovo partecipare dell’animazione dopo 12 anni. Pensavo che la proiezione in anteprima fosse impeccabile, offrendo sensazioni speciali sul film per il signore Ono, ma anche da regista. I personaggi che recitano in questa animazione sono fantastici nei dettagli e hanno un grande impatto visivo.

Tsuda: Questo film contiene alcune scene che chiamiamo “immagini che parlano a tutti”, univoche per gli anime. A differenza dei giochi o dei manga, gli anime non si fermano agli spettatori. Quindi, controlliamo intenzionalmente la velocità di alcune scene semplici a cui i giocatori potrebbero aggrapparsi avendone dei bei ricordi.

Aoi: È stato difficile creare il processo in cui Kuzuya s’innamora di Yumemi, no?

Tsuda: Sì, abbiamo passato molto tempo a decidere in che punto cambiare. Yumemi è un robot, quindi Kuzuya non può recitare come un tizio che giocare con la sua “figura bishojo” quando si è bloccati nel creare lo storyboard “(lol). Yumemi gli risponde. Kuzuya vive in una distopia e il modo in cui si cambia interagendo con Yumemi, il robot programmato, è cruciale. Alla fine, gli spettatori si rendono conto che il personaggio principale Kuzuya simboleggia effettivamente “noi”.

Essere giocatore, ma anche spettatore.
Tsuda: Giusto. Come viviamo questo momento difficile? Cosa affrontiamo e a cosa dobbiamo essere preparati? Cosa vuol dire vivere rimanendo fedeli a se stessi? Potresti avere qualcosa che ti infastidisce nella vita, e sarebbe bello se decidessi di affrontarla anche se piccola… Speriamo di concludere la storia in questo modo.

Questo film ha tutto, dal gioco e dal romanzo al dramma vocale
Pubblicherete ‘Chiisana hoshi no yume‘ (La fantasticheria di un piccolo pianeta) online e ‘Hoshi no hito‘ (L’uomo delle stelle) al cinema. Il primo è un sottotitolo del gioco originale, e l’ultimo è stato scritto per un romanzo e un dramma vocale, richiedendo una tempistica più ampia. Quindi, completerete il tutto con questo film.
Aoi: Sì. “Planetarian” non riguarda solo Kuzuya e Yumemi. Il romanzo e il dramma vocale usciti dopo il gioco principale ampliarono di molto il mondo della storia. Credo che porti questo film da un’opera eccellente a capolavoro. Nella versione online, forniamo la storia del gioco. Scoprite come Kuzuya visse dopo la storia del gioco, nella versione cinematografica. Insieme al tema musicale di Lia, questo film sarà il migliore nella storia delle opere della Key.

Come descrivereste ‘Hoshi no hito‘, la versione cinematografica?
Aoi: Include una versione online ricostruita. La scena della proiezione nel planetario si staglia su uno schermo enorme, quindi spero che il pubblico l’apprezzi.

Sì, pensavo che la scena della proiezione fosse davvero impressionante.
Tsuda: Il direttore della fotografia signor Arimasa Watanabe, che ha realizzati “Fate/Kaleid liner Prisma*Illya” è un grande fan do “Planetarian” originale, e ha lavorato molto duramente perché questo film fosse particolareggiato nei dettagli. Molto probabilmente, questo ha portato a riprese eccezionali. Sfortunatamente, normalmente non possiamo permetterci di spendere troppo tempo per girare le serie TV… ma volevo essere preciso sugli effetti ottici in questo film. Ad essere onesti, rimasi stupito dagli effetti ottico di “Tamako Love Story” che vidi due anni fa. Mi colpì davvero quando vidi il bokeh o messa a fuoco poco profonda, proprio come nei buoni film giapponesi, perché un effetto obiettivo così dettagliato era qualcosa che ho sempre voluto impiegare. Allo stesso tempo, capì che gli effetti ottici sono molto efficaci per la visione al cinema. Questa volta, impiegai ampiamente gli effetti ottici e cercavo di entrare nei dettagli creando ogni singolo fotogramma. Quindi, penso che i telespettatori online saranno sbalorditi dalla profondità che la versione cinematografica offre per le stesse scene.

La versione cinematografica non è ricca di rilievi
Quindi, dice che gli spettatori virtuali scopriranno qualcosa nella versione cinematografica, giusto?
Tsuda: Questo è ciò che penso. Abbiamo anche un approccio diverso alla musica. La versione cinematografica non è ricca di rilievi. Sarebbe bello se ciò servisse da interpretazione recondita, e sono sicuro che soddisferà il pubblico.

Aoi: Devo dire che a causa della passione del signor Tsuda, ogni episodio della versione online supera di 10 minuti l’opera originale.

Tsuda: È vero. Avrei potuto fare 10 minuti per ogni episodio. Tuttavia, sono certo che soffrirei di cattiva digestione ‘ogni volta che guardassi ‘Planetarian‘. Quindi, posso con orgoglio sorridere allegramente con tutta la faccia! (lol) Beh, non è bene per il responsabile, però …

C’è qualcos’altro che vorreste raccomandare?
Tsuda: Vorrei aggiungere che ci siamo concentrati sull’aspetto robotico dell’eroina Yumemi. È carina come si può vedere, ma volevo descrivere come tutti noi arriviamo al momento del “Cosa fa questo computer?”… ci sentiamo frustrati verso le macchine per non lavorano come vogliamo. Mi piacerebbe includere tale l’approccio nel mio anime. Le macchine reagiscono semplicemente a ciò che ordiniamo o digitiamo in base al loro programma. Tuttavia, le nostre emozioni prevalgono ancora quando le cose non funzionano sbagliate. Questo è il tipo di punto che mi piacerebbe indicarvi. Il signor Yuuichi Suzumoto, autore dell’originale, ha una visione molto più realistica di altri titoli della Key. Penso che all’estero apprezzino quel tipo di anime Sci-Fi hard-boiled. Scene di manomissione di una bella ragazza in una distopia… questo è così diverso dagli altri titoli della Key.

Grazie mille. Infine, potreste lasciare un messaggio ai nostri lettori, per favore?
Aoi: Dopo aver letto questa intervista, se siete interessati a “Planetarian“, visionate prima la versione online. Ci sono solo 5 episodi in totale, e ognuno dura solo 10 minuti. Quindi, spero che possiate trovarli gradevoli. Sono sicuro che saranno indimenticabili.

Tsuda: Gli spettatori sapranno che abbiamo preso sul serio “Planetarian” dal modo in cui descriviamo l’anime. Abbiamo preso con cura “mondo planetario” anche dall’originale. Ciò significa che i fan del gioco possono provare ciò che ricordano del gioco. Mi piacerebbe vedere il pubblico parlare di “Planetarian” dopo aver visto la versione online. Quindi, sarebbe bello se decidessero di vederne la versione cinematografica. Penso di andare a vederlo di nascosto insieme a tutti… quindi guardiamolo insieme!! (lol) Spero di vedervi lì! Grazie a tutti.

Konpeki no Kantai

Konpeki no Kantai (1993)
Serie OAV
Genere: Guerra Politica Storico
Episodi: 32
Stato in Italia: inedito

Trama: L’opera affronta una riscrittura della Seconda Guerra Mondiale. L’ammiraglio Yamamoto Isoroku, al momento della sua morte (il 18 aprile 1943), si ritrova in circostanze misteriose catapultato indietro nel tempo, nel 1939. Insieme al tenente-generale dell’esercito imperiale Yasaburo Otaka, dà il via ad un massiccio riarmo navale del Giappone che cambierà le sorti della guerra.

Konpeki no Kantai (OAV) (1993 – 2003)
Genres: science fiction
Themes: historical fiction, military
Number of episodes: 32 (40 minutes per episode)

Plot Summary: An alternate retelling of the Pacific War during World War II, with Admiral Isoroku Yamamoto leading Japan to victory against USA.
ANN

Kyokujitsu no Kantai (Spin Off) (1997 – 2002)
Genres: science fiction
Themes: military
Number of episodes: 15
ANN

All episodes (Raw): Scarica Qui

 

Konpeki no Kantai, or Deep Blue Fleet
Sufficient Velocity

kinopoisk.ru

With the current popularity, by my perception, of WW2 and military works in Japan especially naval related, I was reminded of a 1990s manga, book, game and anime series in Japan called Konpeki no Kantai. It’s a fairly obscure work, and never had official English translations, but various translations are going around online. Some seem rather trolling descriptions and dubious quality, like having ‘a realistic analysis of war’ as a description despite the series seeming almost like clear parody at times to me.
It follows a somewhat popular scenario, portraying Yamamoto as good, wise, honorable leader who can motivate his nation well. It seems like a popular scenario much like the Alexander the Great conquerors the world for Greek literature; Rome never falls idea; ‘Confederates win the Civil War’ is popular for Americans, and not just white supremacists; America winning the War of 1812 and conquering Canada popular with nationalists, Britain keeping the Empire with one grand battle against united enemies and/or convincing the people of superior British leadership.
This series is similar in ways to these alternate histories. The divergence point is 1905. It’s a pulp adventure type story. No horror, just victory and excitement.
As Yamamoto dies in 1943 as his plane is shot down, but as he dies he is sent back in time. In 1905 he decides to change history with his knowledge of the future tactics, history and technology.
First, he removes the Japanese army and its leadership. Yamamoto nearly dies in the process, but he is victorious and his faction succeeds. This is portrayed as purging Japan of its potential future war crimes.
Yamamoto then solidifies his control over the remains of the civilian government and emperor, bringing about a just and peaceful government. He essentially launches a coup and solidifies the junta.
The Japanese then begin to liberate Asian nations from western colonialism.
Then, the Japanese honorably attack Pearl Harbor, giving a warning clearly in advance, and then proceeding the destroy every trace of American military presence on the island and invading it successfully with few loses. The Japanese then liberate Hawaii from American imperialism, and the grateful Hawaiians willingly join the Japanese and aid them by allowing them to establish Hawaii as a Japanese fort.
The remaining American military force sails to Pearl Harbor, but is destroyed by a single shot from a powerful new technology, Japanese heat based weapon. A pulp fiction death ray.
The Americans attempt to retaliate in the Doolittle Raid, but the Japanese long range radar detects the force in the distance and scrambles the Sourai, a new high altitude, high speed plane, the ultimate aircraft personally designed by Yamamoto which destroys the force. Japanese naval special forces marines deploy from I-900 and I-1000 type submarines and skillfully overwhelm the western forces on various Pacific islands. The submarines are nuclear powered, because the Japanese vow never to use something as cowardly as nuclear weapons and instead use the submarines as self defense instruments, to protect themselves and to protect helpless other people of the world.
They also deploy Mark 60 CAPTOR torpedo mines (a real life 1980 design) to sink additional western allies forces. Then a B-32 raid occurs here, and actually damages Japanese ships with gun strafe before being destroyed by the death ray weapons on the Japanese ships. One of the B-32 had its crew killed by a near miss and the plane crashes intact, is captured, and reverse engineered and improved.
The Japanese then launch two attacks against the Panama Canal, the first disabling it, and the second destroying it completely, while minimizing collateral damage on innocent Panama citizens and being careful to target just the militant American forces. Then they launch a carrier strike against the Manhattan Project bases, destroying them as well.
Albert Einstein is at this point shown working for the Japanese, who has joined them because of Japanese benevolence and because Japan promised him that they would make him a Jewish nation like Israel in Asia.
Japanese forces then launch a raid against mainland America with their skilled commando forces, liberating the Japanese in internment camps unjustly kept prisoner.
The battleship Yamato also survives many engagements and is given many chances for glory, and takes them wiping out dozens of ships and entire fleets by itself and without support.
Then the Nazi Germans betray the Japanese! The Japanese however are ready, and launch an air strike on the Nazi arctic nuclear weapons base. On the way there, the Japanese see a formation of hundreds of British aircraft in the distance being destroyed by only a dozen Nazi super planes. The super planes destroy all the allied aircraft without losses and chase the Japanese aircraft, but the Japanese bombers manage to shoot down some of the planes before the Japanese reveal that they can actually outrun the super planes.
The British at this point ally with the Japanese.
A German super ship, the U-3000 sinks a Japanese naval force, but is then captured by a Japanese super submarine the size of a skyscraper, which captures the German submarine intact by surfacing underneath the German sub, leaving the German sub helpless out of the water.
The Americans are devious and racist, and unable to comprehend how the Japanese have this technology. FDR dies from stress and Truman is appointed as the new leader, who is both insecure, and arrogant in American power. They are also much more unstable then Japan because they are a multi-ethnic nation. Truman eventually realizes that the Americans have a misplaced sense of justice compared to the true justice of the Japanese, and surrenders.
The Americans try one last underhanded trick by having spies try to assassinate key Japanese officials. The Japanese officials actually try to negotiate with the spies, but the unreasonable and dishonorable spies refuse to listen to the pleas for friendship. All looks lost, but the spies are stopped by a Japanese actress who is really a super spy, and apparently actually existed in real life.
Then Truman is then overthrown when Eisenhower and MacArthur collaborate and launch a coup.
While some might think a coup into a military dictatorship might be bad, the series portrays it as a good thing and the new leaders are much more reasonable.
The Soviet Union surrenders to Germany, and Stalin is implied to have died.
Leon Trotsky establishes a free Republic in Asia with the help of the Japanese, as does Rommel.
The remainder of the story is the Japanese fighting the Nazi forces and the Nazi allied Argentina, the Japanese stop Operation Sealion from invading the British islands with their carrier force and new super carriers. They drive the Germans out of Africa, the Middle East, and Indian with their Type 61 tanks (a real life design), multi-role attack and transport helicopters, and PGM missiles.
Also fictional inventions are shown off, usually as descriptions with lots of zeroes behind it, like super ship 9000 which has the ability to shoot down incoming shells and torpedoes, and perform high speed dodges with maneuvering thrusters and reaction control systems that allow it to rapidly change direction while conserving speed.
American and British forces occasionally also help the Japanese too in this fic, with the Americans having rejoined the war after Germany destroys Washington with an attack from the sea.
The series is deliciously pulp and hilarious.

I 40 anni di “Conan, il ragazzo del futuro”

Andrea Fontana, Fumettologica, 4 aprile 2018

Per una strana coincidenza temporale, ad aprile 2018 cadono due compleanni fondamentali per l’animazione giapponese e non solo: i 40 anni di Conan il ragazzo del futuro (Mirai Shonen Conan) e i 30 di Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro) – di cui parleremo in un articolo a parte – entrambi considerati tra le vette dell’opera di Hayao Miyazaki.Moltissimi conoscono il regista per il suo lavoro allo Studio Ghibli, in cui ha potuto esprimere il meglio del suo essere autore e animatore, attraverso una carriera straordinaria e sempre più sorprendente. In pochi conoscono il lavoro fondamentale del Miyazaki pre-Ghibli. Miyazaki inizia la sua carriera nel 1963 alla Tōei Animation, lo studio di animazione che per primo ha contribuito a dar corpo a una specifica identità dei cosiddetti anime. L’esperienza alla Tōei gli permette di ricoprire molti ruoli, prevalentemente “artigianali”, dimostrando a tutti il suo valore. Dalla Tōei passa poi alla A Production, seguendo uno dei suoi maestri, Yasuo Ōtsuka. Nel 1973 inizia a collaborare con la Zuiyo Pictures, che diverrà presto Nippon Animation. In questo periodo contribuisce in maniera fondamentale al progetto World Masterpiece Theatre, che si pone l’obiettivo di realizzare serie animate tratte dai capolavori della letteratura per ragazzi. Nel 1978 Miyazaki ha un’esperienza ormai decennale, ha ricoperto tutti i ruoli tipici dell’animatore, il suo nome è praticamente sulla bocca di tutti, complice il suo perfezionismo, il suo virtuosismo e la capacità di proporsi anche in veste di autore consigliando colleghi con ben più esperienza di lui. Per questo motivo la televisione statale, la NHK (acronimo di Nippon Hōsō Kyōkai), che fino a questo momento non ha mai dedicato molta attenzione all’animazione, decide di affidargli una serie che celebri il suo venticinquesimo anniversario.
Molto liberamente ispirato al romanzo The Incredible Tide di Alexander Key, Conan il ragazzo del futuro racconta di un mondo post-apocalittico in cui un ragazzo, il Conan del titolo, si innamora di Lana, la nipote di un importante scienziato. Insieme i due vivranno una serie di avventure che li porterà a combattere contro Repka, malvagio militare di Indastria che intende ripristinare quelle terribili armi che hanno contribuito alla totale distruzione del pianeta. Sono passati quarant’anni dalla prima messa in onda di questa serie composta da 26 episodi eppure, ancora oggi, non se ne riconosce a dovere l’importanza storica. Un’importanza che viaggia su due binari paralleli ma in qualche modo connessi: uno ha a che fare con l’opera di Miyazaki in particolare e dello Studio Ghibli in generale; l’altra con gli effetti che questa serie ha avuto su un’intera generazione. Conan il ragazzo del futuro può essere considerato una sorta di rivendicazione. Nel 1968 un gruppo di artisti, animatori e professionisti del settore, giovani con l’intenzione di cambiare e definire il futuro degli anime, realizza La grande avventura del principe Valiant (Taiyō no ōji – Horusu no daiboken), un lungometraggio animato che per cura dei dettagli, tipologia di messa in scena, approccio narrativo rappresenta una vera e propria svolta. Quando esce è un fallimento totale, ma contiene i germi che convoglieranno nella formazione autoriale di importanti personalità come Isao Takahata, che ne è regista, e Hayao Miyazaki, che contribuisce alle animazioni.
Conan, in termini puramente ideologici, ne è una sorta di riproposizione. Questa serie e Anna dai capelli rossi (Akage no An), che andrà in onda l’anno successivo e sarà diretta e curata da Takahata (ancora con il contributo di Miyazaki), sono due facce dello stesso manifesto poetico che, qualche anno dopo, sarà alla base della nascita dello Studio Ghibli. Pensatela così: quando si guardano film come Il mio vicino Totoro, Una tomba per le lucciole, Porco Rosso, Pioggia di ricordi, Princess Mononoke, La città incantata, Si alza il vento e La storia della principessa splendente non si possono non considerare le due suddette opere come l’inizio di tutto, il seme da cui tutto è germogliato. Conan il ragazzo del futuro, pur rappresentando l’esordio di Miyazaki alla regia, svela già un autore maturo, capace di gestire i ritmi con impressionante capacità, in grado di far confluire nella sua storia componenti di riflessione socio-politica insieme a elementi poetici e altamente emozionali. La serie si struttura lungo la dicotomia rappresentata dalla coppia Conan-Lana, che sono una sorta di Adamo ed Eva da cui deve necessariamente ricominciare un mondo nuovo, una nuova società. Una società che deve abbandonare le logiche individualistiche che portano al militarismo, al desiderio assoluto di potere, alla sopraffazione tramite la forza. Una società che deve finalmente cominciare a rispettare il mondo inteso in senso panteistico: da qui deriva tutto quel pensiero ecologista intrinsecamente miyazakiano e che vede un rapporto tra Uomo e Natura di totale rispetto. Proprio come in Nausicaä della Valle del vento o Laputa – Castello nel cielo fino ad arrivare a Princess Mononoke e Si alza il vento. C’è l’amore di Miyazaki per il design tecnologico e, di conseguenza, per il volo, una passione che torna e ritorna costantemente. C’è il suo desiderio di raccontare una storia che nel suo essere universale porta con sé diversi piani di lettura, capaci di essere assorbiti dai più piccoli e dai più grandi. Rivedere oggi Conan il ragazzo del futuro significa rielaborare a ritroso tutta la produzione miyazakiana e capire che era già tutto lì, in quei ventisei episodi andati in onda in Giappone per la prima volta nel 1978. Questa densità di contenuti ma anche questa capacità di porsi come immaginario unico e rivoluzionario hanno avuto conseguenze inevitabili su un’intera generazione. Per questo motivo ho deciso di interpellare alcune personalità di spicco del fumetto italiano e non solo.
Il primo a cui ho chiesto come e perché Conan abbia avuto conseguenze sulla sua opera è qualcuno che ben nasconde questa influenza, salvo poi dimostrarla in altri modi e contesti: Ausonia, alias Francesco Ciampi (Pinocchio – La storia di un bambino, ABC):
Mirai Shōnen Konan resta la serie animata che più mi ha influenzato. Soprattutto per i suoi adorabili tempi morti e apparentemente ingiustificati per un racconto di fantascienza. L’episodio intitolato Un giorno a Hyarbor – Una giornata sull’isola riassume bene ciò che intendo dire. Si tratta di una serie in cui tutto è perfetto: dalla regia alla caratterizzazione dei personaggi, dai background dipinti all’animazione, passando per la palette cromatica e la colonna sonora. Un capolavoro. Se non lo avete mai visto, recuperatelo. Se lo avete visto da ragazzini, riguardatelo. È meglio di tanta roba uscita recentemente.Chi invece non ha mai nascosto la sua fascinazione per Conan è sicuramente Claudio Acciari (Meka Chan):
Conan il ragazzo del futuro è un cartone animato facile da identificare perché tra le serie giapponesi dell’epoca, a mio giudizio, rappresenta un originale connubio stilistico che mette d’accordo le morbide forme del design dei personaggi, l’armonia delle scelte cromatiche tipiche di serie come Heidi, Anna dai capelli rossi, Tommy, Peline, Belle e Sebastien (per fare alcuni esempi) con scenari apocalittici che, sino a quel momento, erano prerogativa delle serie fantascientifiche firmate da Go Nagai o Leiji Matsumoto. A far pendere il tutto nell’emisfero di ‘prodotto solare’ ci pensa la splendida sigla italiana cantata da Georgia Lepore con la sua dolcissima voce. Mi è difficile pormi da addetto ai lavori dinnanzi a un’opera simile perché il coefficiente artistico va dritto al cuore, è fatto per solleticare la sfera emotiva dello spettatore, un vero e proprio documento che testimonia il livello di libertà espressiva circoscritta agli anni Settanta, non ancora inquinati da asfissianti… ‘illogiche’ di mercato. Mi tornano alla mente scene oggi improponibili dal punto di vista registico come quella in cui Gimsey fuma i “Taba Taba”, o quella in cui lui e Conan vengono sculacciati con un’asse di legno sul Barracuda o quelle che mostrano un dottor Raoh piuttosto manesco anche nei confronti di Lana, tutti atteggiamenti che, nelle produzioni animate moderne, sarebbero attribuiti ai “cattivi” della storia. Miyazaki, invece, ci dimostra che ogni cosa, se contestualizzata secondo un sapiente criterio e regolata da genuine intenzioni, non ci impedisce, in ambito narrativo, di distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Quel che mi colpì durante la prima messa in onda in Italia, nel 1982, fu il contrasto tra lo stile di vita di piccole comunità fatte di artigiani, fabbri, contadini e pescatori che organizzavano il quotidiano in sintonia con quello che il territorio offriva loro, nel rispetto della natura, e il dispotismo di un apparato tutto terrestre, geograficamente distante ma capace di guastare la festa in ogni momento a chi aveva imparato una lezione dagli errori del passato. L’Isola Perduta, forse, rappresenta metaforicamente un punto di partenza dal quale può nascere una Hyarbor o proliferare una Indastria. Ed è proprio nella Torre del Sole di quest’ultima che è ambientata una profetica sequenza che mi fa porre un interrogativo su quale fosse la percezione, negli anni in cui è stata fatta la serie, della realtà virtuale, presentata come un perverso tentativo di generare mere illusioni nella loro accezione più negativa, perché i giovani protagonisti reagiscono con terrore quando l’ologramma di un bimbo sorridente che gioca a palla trapassa il corpo di Lana. Il dottor Raoh si scusa per aver mostrato qualcosa di così spaventoso ai ragazzi, ma era necessario per metterli al corrente di un pericolo, per fortuna sventato.Fabio Ramiro Rossin, illustratore, animatore e fumettista (Feuilleton) è un altro autore per il quale l’influenza di Conan è stata essenziale:
Era l’estate del 1987, forse quella dopo, io avevo cinque anni, forse uno in meno. La canicola seccava l’erba, e il sole rovente mandava a fuoco le 500 parcheggiate. I miei avevano divorziato qualche anno prima, e in attesa della sentenza di affidamento, io passavo le estati in esilio dai nonni, nel casolare color menta poggiato sul pendio di una collina, tra noccioli, olivi e sterpi. Andare a caccia di lucertole significava acchiappare una insolazione, il bambino più vicino con cui giocare era distante chilometri; la meno peggio, era stare all’ombra di quel tetto in amianto. Manco a dirlo, disegnavo tutto il giorno, imparavo a leggere con l’Uomo Ragno e guardavo un sacco di schifezze in televisione, avevo talmente poco da fare che, a tutt’oggi, è il periodo di cui ricordo più dettagli. Era metà mattinata, quando il televisore acceso per caso trasmise quella che sembrava la sigla finale di un cartone disegnato a matita: un cielo giallo come l’estate, un campo di erba alta solcato da un sentiero, una fila di imponenti alberi scorreva di fianco e scompariva alle mie spalle. Mi sembrava di essere stato trascinato in prati in cui non potevo correre. Il giorno successivo, sintonizzai il tv color su quel canale, in attesa di vedere quello che ci sarebbe stato prima. E prima, c’erano dei telefilm a tema mare, tipo il delfino Flipper, o quello della famiglia di biologi che vive in un sommergibile e parla coi delfini, insomma, un botto di delfini. Poi, una musica inquietantemente spensierata, immagini rugginose di città futuribile, dilaniata da terremoti, sommersa da onde gigantesche, bombardata da flotte di aerei da guerra. Di sicuro era un cartone animato, e restai in attesa; dopo tutti quei cetacei mi sarei guardato pure il telegiornale. Fino alla fine, non riconobbi alcun nesso con quello che mi aveva ipnotizzato il giorno prima; non un disegno a matita, di campi nessuna traccia, bensì un sacco di aeroplani, una città mezza miniera mezza fabbrica, due ragazzini che cercano disperatamente di scappare da un mondo di adulti che vorrebbero imporre con l’autorità la loro legge, quella del più forte. Il primo episodio che vidi fu quello in cui Conan si arrampica sul torrione per salvare Lana, la grondaia cede al peso di entrambi, e Conan, stringendo a sé Lana, plana, o meglio precipita, atterrando in piedi. Il dolore zigzaga dalla punta dei piedi fino a drizzargli i capelli, ma Conan stringe la mano di Lana, e riprende la fuga con le gambe a squadro. Da qualche parte, mio padre ha conservato il quaderno su cui tentai di ridisegnare la scena dell’atterraggio. Tornai in città e Conan sparì dall’etere per diversi anni. Di tempo ne è passato parecchio, e forse ho visto questo cartone troppe volte per essere davvero sicuro di quello che pensai in quel primo istante. Ricordo però che, se allora lo scenario raccontato non mi era sembrato plausibile, in qualche modo tremendo, avevo vissuto come reali gli ossessivi e brutali tentativi di spezzare un legame casuale ma predestinato, voluto, e con quella volontà protetto. Col tempo ho capito che Miyazaki era arrivato al momento giusto: stavo iniziando a costruirmi corazze di cinismo per sopravvivere all’incoscienza dei grandi, quando la fiducia spontanea con cui Conan e Lana affrontano la fine del mondo, mi è parsa più giusta del vero. Coi suoi piedi prensili e la sua dedizione al sacrificio, Conan mi aveva fatto superare il pudore infantile che non fa vedere il limite oltre il quale una persona adulta non dovrebbe spingersi; che si riceve ciò che si dà, che non esiste limite all’impegno, che l’empatia è la vera rivoluzione, e che il vero sovversivo non è chi combatte un nemico, ma chi resta fedele a se stesso. Mi aveva in qualche modo fatto capire che le onde, dopo aver tolto, prima o poi restituiscono. Con l’ultimo autore gioco in casa. Manuele Fior ha scritto nel mio (e di Enrico Azzano) libro, Studio Ghibli. L’animazione utopica e meravigliosa di Miyazaki e Takahata (Bietti Edizioni, 2017) e ogni volta che ci vediamo finiamo a parlare di Miyazaki e di Conan in particolare:
Conan il ragazzo del futuro fa parte della seconda ondata di animazione giapponese che si è infranta sugli schermi della televisione italiana agli inizi degli anni Ottanta, dopo quella di Mazinga e Capitan Harlock, per capirsi. Finita l’orgia di raggi neutroni e alabarde spaziali, ai nostri occhi di bambini si apriva una narrazione più raffinata, meno ritmata dal clangore metallico delle mazzate tra robot e psicologicamente più matura. Per un bambino di dieci anni come me all’epoca, guardare Conan voleva dire immedesimarsi istantaneamente nell’eroe e innamorarsi di Lana di un primo amore romantico, esattamente nella maniera in cui più tardi mi sarei immedesimato in Ataru e avrei desiderato sessualmente Lamù (e anche Shinobu). Spesso con la borsa dell’acqua sopra la testa e il termometro sotto il braccio, seguivo i miei eroi per mare e per terra, sognare il loro ricongiungimento e poi, una volta avvenuto, ripartire alla volta del viaggio di ritorno, attraverso il più bel paesaggio post-atomico visto in un cartone animato. A bordo di navi corazzate, scialuppe metalliche, idrovolanti, oggetti volanti monoposto e quell’indimenticabile fortezza volante con le ali larghe come un’autostrada, ho condiviso con loro l’odissea dell’eroe, ho alimentato le stesse nostalgie e esercitato sotto le coperte quei poteri mentali che mi avrebbero ricongiunto alla mia Lana, che ancora non conoscevo ma che sapevo in quel momento captarmi telepaticamente. Se mi chiedete che tipo di fumetto vorrei realizzare oggi, a 42 anni, che storia vorrei raccontare, vi risponderei una che contenga gli stessi ingredienti di Conan. Telepatia, futuro, viaggio, azione. Anzi, ora che ci penso Celestia parlerà più o meno di tutto questo, ma io non sono più Conan e Dora non è Lana.

 

Goldrake, 40 anni in Italia: da Mazinga a Gianni Rodari, la storia che non conoscete

Era il 4 aprile 1978 e fu il primo robot giapponese a sbarcare da noi: fu amore a prima vista. Ma ci furono anche tante polemiche, con difese «d’autore»: dallo scrittore al Corriere della Sera
Massimo Nicora, Corriere
L’autore di questo articolo nel 2017 ha pubblicato il libro «C’era una volta Goldrake. La vera storia del robot giapponese che ha rivoluzionato la TV italiana» (La Torre Editrice, 24,50).

Il primo, il più amato
Il 4 aprile 1978 rappresenta per la TV italiana una data storica. Su Rete Due – come allora si chiamava Rai Due -, alle ore 19.00, viene trasmessa un’innovativa serie animata giapponese che in Italia viene intitolata Atlas Ufo Robot, ma che per tutti diventa immediatamente Goldrake dal nome del suo protagonista, uno straordinario e portentoso robot che difende il pianeta Terra a colpi di maglio perforante e alabarda spaziale dai malvagi alieni venuti da Vega. Per i bambini di allora è amore a prima vista e per i palinsesti televisivi è una rivoluzione. Di lì a qualche mese, complici anche i cambiamenti legislativi in materia di trasmissioni via etere, in tutta Italia è un proliferare di emittenti private che per riempire il maggior numero possibile di ore di programmazione si rivolgono al mercato giapponese acquistando decine e decine di cartoni animati. Sulla scia di Goldrake arrivano così numerosi altri robot ed eroi spaziali che fanno da apripista a una vera e propria invasione dei teleschermi.
Goldrake però è il primo, il più amato, il più imitato. Entra prepotentemente nelle case dei bambini italiani ammaliandoli con le sue avventure, i suoi protagonisti, i suoi colori sfavillanti per chi ha la fortuna di possedere già una televisione a colori. Nei salotti i bambini discutono animatamente con i loro genitori per non perdersi una puntata del loro robot preferito. I negozi vengono invasi da giocattoli con la sua effige, a scuola diventa l’argomento preferito (se non l’unico) di disegni e componimenti. Anche i giochi cambiano. I cowboy e gli indiani cedono il passo al nuovo eroe della fantascienza e il linguaggio stesso dei bambini si arricchisce di neologismi ed espressioni mutuati direttamente dal cartone animato.
È in atto una vera e propria trasformazione che all’inizio desta sorpresa, incuriosisce, ma che in un secondo momento suscita preoccupazione in genitori, insegnanti, psicologi e addirittura politici. Goldrake diventa così il bersaglio preferito di ogni tipo di critica. Contro di esso si scagliano anatemi, si invoca un’azione censoria da parte della Commissione di Vigilanza della RAI, nascono vere e proprie crociate e sui quotidiani è un profluvio di articoli, lettere, commenti, editoriali ed elzeviri. In occasione del quarantesimo anniversario della trasmissione italiana abbiamo provato a raccontare alcune curiosità sulla serie che non tutti conoscono per celebrare degnamente il compleanno di un eroe che è entrato ormai a fare parte dell’immaginario di più di una generazione.

La “famiglia” dei Mazinga
Mazinga Z, Il Grande Mazinger e Atlas Ufo Robot sono tre serie differenti ma collegate tra loro a formare quella che viene comunemente chiamata Mazinsaga (qui un nostro approfondimento). Esiste dunque un continuum narrativo e un legame ben definito che purtroppo in Italia è andato perduto a causa del differente ordine di trasmissione. La prima puntata di Mazinga Z viene trasmessa su Rete Uno il 21 gennaio 1980, quasi due anni dopo la messa in onda di Atlas Ufo Robot. Inoltre Mazinga Z va in onda anche dopo Il Grande Mazinger, approdato invece sul circuito delle TV private nei primi mesi del 1979. Nel nostro Paese, dunque, la Mazinsaga non ha rispettato affatto l’originario ordine di trasmissione giapponese (anzi, lo ha del tutto ribaltato) causando una certa confusione e impedendo ai telespettatori italiani di coglierne il corretto sviluppo narrativo.

Goldrake prima di Goldrake
Quando nella prima metà degli anni Settanta in Giappone, come nel resto del mondo, scoppia una vera e propria “ufomania” la casa di produzione Toei commissiona al mangaka Go Nagai il soggetto per un film destinato alle sale cinematografiche che abbia come protagonista un UFO. Questo cortometraggio che si intitola La grande battaglia dei dischi volanti (1975) ottiene un così grande successo che la Toei decide di usarlo come base per realizzare una serie televisiva che abbia come protagonista un UFO robot. A Nagai come sempre il compito di tratteggiarne storia e personaggi.

Grendizer, Goldorak, Goldrake
Tre nomi diversi per lo stesso robot in Giappone, Francia e Italia. Come mai? In Giappone il termine Grendizer viene riciclato da un vecchio progetto intitolato «Plus Power! Grendizer» che la società di Nagai aveva proposto alla Toei, ma che non era poi stato finalizzato. Protagonista era uno studente liceale che, grazie alle conoscenze dello zio scienziato, poteva trasformarsi in Grendizer, un supereroe con una corazza che si sviluppava intorno al corpo e che doveva combattere contro l’impero subacqueo di Black Marine. In Francia si ritiene che questo nome sia cacofonico e Jacques Canestrier, produttore della serie, crea il nome Goldorak fondendo insieme i nomi di Goldifinger e Madrake. In Italia Goldorak diventa Goldrake (con l’accento sull’ultima sillaba) perché i dirigenti e funzionari RAI preferiscono un nome più inglese.

Il Goldrake coreano
Negli anni Settanta (ma anche oggi) le case di produzione giapponesi erano solite appaltare parte della realizzazione delle loro serie animate agli studi coreani per motivi di costi. Così facendo i coreani hanno appreso tutte le tecniche fondamentali per realizzare un disegno animato e hanno iniziato a produrre in proprio delle serie robotiche copiando quelle giapponesi. Nel 1978 il giovane regista Kim Hyeon-yong realizza un film che è un’evidente imitazione di Goldrake. Come chiama però il robot protagonista? Mazinger X

Dal Giappone alla Francia passando per i trattori
Nel 1975 un giovane uomo d’affari francese di nome Bruno-René Huchez si trova a Tokyo nella sua camera di albergo. È venuto in Giappone per incontrare la delegazione di un’azienda giapponese che vorrebbe vendere trattori in Francia quando sulla televisione vede una puntata di Goldrake e ne resta folgorato. Ecco un prodotto che importato in Francia potrebbe avere certamente un grande successo! Con qualche difficoltà riesce a contattare la Toei e poco dopo rientra a Parigi con una valigia piena di grosse bobine di cartoni animati giapponesi.

La “Folie Goldorak
Il successo in Francia di Goldorak è pari a quello in Italia di Goldrake. La famosa rivista Paris Match mette addirittura Goldorak in copertina e racconta di come i bambini francesi siano letteralmente impazziti per questo robot trasmesso con poca convinzione da Antenne 2 durante l’estate del 1978. Il Natale di quello stesso anno, però, il modellino più ambito di Goldorak prodotto dalla Mattel va esaurito. I genitori, per soddisfare le richieste dei figli, si iscrivono alle liste di attesa e chi ha qualche contatto prova a cercarlo al mercato nero. Addirittura in certi grandi magazzini si assumono commessi solo per rispondere ai clienti che per Goldarak, purtroppo, bisogna aspettare…

Il mistero dell’Atlas
Come mai in Italia la serie viene Intitolata Atlas Ufo Robot? L’Italia aveva acquistato la serie dalla Francia e tra i materiali inviati d’oltralpe vi era una guida descrittiva (”Atlas” in lingua francese). Questo “Atlas” di Ufo Robot conteneva la descrizione della storia e dei personaggi. Annibale Roccasecca, allora responsabile del doppiaggio, ritenne che il termine “Atlas” fosse un nome “esotico” che ben si potesse affiancare alle parole Ufo e Robot e propose di intitolare la serie Atlas Ufo Robot. La proposta venne condivisa con il funzionario incaricato della RAI (Nicoletta Artom) e con il dirigente della programmazione per bambini (Paola De Benedetti) che diedero la loro formale approvazione. Non si è dunque trattato di un fraintendimento della lingua francese come si è raccontato in tutti questi anni.

Alabarda Spaziale!!!
Tutti ricordano il celebre grido “Alabarda spaziale!!!” lanciato da Actarus, il pilota di Goldrake. La sua voce è quella del doppiatore Romano Malaspina, grande attore di teatro diplomatosi nella prestigiosa Accademia d’arte drammatica “Silvio d’Amico”. Siamo negli anni del cosiddetto doppiaggio liberto e Malaspina diverrà la voce di tanti altri protagonisti dei disegni animati giapponesi, uno su tutti Hiroshi Shiba di Jeeg Robot d’acciaio.

Goldrake e il Corriere della Sera
Anche sul Corriere della Sera a Goldrake viene dedicato ampio spazio. Ad occuparsene sono principalmente due giornalisti, Leonardo Vergani e Giulia Borgese. Quest’ultima viene addirittura invitata alla trasmissione RAI Pro e contro per partecipare a un dibattito in studio con l’On. Silvio Corvisieri. A lei il compito di difendere l’eroe di tanti bambini sottolineando lo stile della serie (i disegni, i colori, i costumi) e contestualizzandola all’interno di un mondo mitologico che da sempre privilegia l’eroismo.

La crociata di Imola
14 marzo 1980. Durante il consiglio d’istituto della scuola elementare Sante Zennaro, appartenente al secondo circolo didattico di Imola, il genitore di un bambino della classe terza B prende la parola e propone di redigere una breve lettera, cortese ma decisa, da inviare alla RAI, ai ministri competenti e agli organi di stampa per protestare contro la violenza dei disegni animati giapponesi trasmessi in televisione e, soprattutto, contro la loro presenza asfissiante nei palinsesti. La lettera, firmata da oltre 600 famiglie, ottiene un riscontro mediatico senza precedenti e dà il via a quella che è passata alla storia come la “crociata” di Imola contro i disegni animati giapponesi.

Da Portobello a Goldrake
L’eco della crociata di Imola arriva anche in televisione e non solo nei telegiornali. È il conduttore Enzo Tortora, reduce dal successo di Portobello e ritornato in TV con la sua nuova trasmissione L’altra campana che invita i crociati di Imola in studio per sostenere il loro punto di vista. Nella puntata del 18 aprile 1980 cinque anti-Mazinga, come vengono definiti dai giornali, salgono sul palco della rubrica Digliene quattro sostenendo la necessità di disintossicare i bambini che restano come ipnotizzati da questi programmi. Sullo sfondo una sagoma di Goldrake assiste passivamente alla loro reprimenda.

Gianni Rodari e Goldrake
Tra i nomi di spicco del panorama culturale italiano di quegli anni che prendono le difese di Goldrake non possiamo non ricordare il celebre scrittore per ragazzi Gianni Rodari. In un articolo non a caso intitolato “In difesa di Goldrake” Rodari difende il robot giapponese descrivendolo come un ercole moderno, metà uomo e metà macchina spaziale. Secondo Rodari i bambini non sono soggetti passivi di questi disegni animati perché sono in grado di rielaborare il materiale fantastico che la televisione propone loro nel gioco e nelle attività quotidiane. Insomma, diamo più fiducia ai bambini!

Le sigle in Italia
Il successo di Goldrake è dovuto anche alle splendide sigle composte da Vince Tempera e Luigi Albertelli con la collaborazione di Massimo Luca e Ares Tavolazzi. La prima sigla di apertura “Ufo Robot” nel 1978 raggiunge addirittura il quarto posto nella hit parade e vince il disco d’oro superando il milione di copie vendute. Per cavalcare il successo della serie la RAI e la casa discografica Fonit Cetra commissionano al duo Albertelli-Tempera una nuova sigla di apertura, “Goldrake” che faccia da traino a un 33 giri contenente una serie di canzoni dedicate ai vari personaggi della serie. Famosissima anche la sigla di chiusura “Shooting Star” caratterizzata da un ipnotico giro di basso opera di Ares Tavolazzi, già bassista degli Area.

Il ragazzo di Caravaggio
Per la sigla “Goldrake” Tempera ingaggia un giovane cantante di Caravaggio, in provincia di Bergamo. Il suo nome è Alberto Tadini. Dopo i primi passi mossi nel complesso Le corde felici aveva avuto la sua grande occasione nel 1971 partecipando al festival di Sanremo con i Gens, di cui sostituisce il cantante storico Filiberto Ricciardi. La sua carriera nel mondo della musica leggera continua fino a quando non viene chiamato a sostenere un provino per la sigla “Goldrake”. Il provino ha esito positivo e il ragazzo di Caravaggio che sognava di diventare il nuovo Lucio Battisti si trova trasportato nel mondo delle sigle dei disegni animati.

40 anni di Goldrake, 5 motivi che lo hanno reso fondamentale

Il 4 aprile del 1978 arrivava su Rai 2 Goldrake, il cartone giapponese che avrebbe cambiato per sempre la cultura pop italiana
Lorenzo Fantoni Wired, 4 aprile 2018Il 4 aprile 1978 è stato un giorno fondamentale per la televisione italiana, alle 18:45 su Rai 2 veniva trasmessa per la prima volta una puntata di Goldrake, opera di Go Nagai preceduta da una spiegazione di Maria Giovanna Elmi che cercava di contestualizzare il cartone animato. Inizialmente in Italia il cartone animato si è chiamato Atlas Ufo Robot a causa di un madornale errore di traduzione. Visto che la serie fu acquistata non direttamente dal Giappone, ma dai network francesi, il suo nome sulla guida tv transalpina era Atlas Ufo Robot, solo che Atlas era il nome della guida stessa. Dopo l’arrivo in Italia di Goldrake, Grendizer in originale, la televisione italiana non fu più la stessa. Tutte le concezioni che avevamo sui cartoni animati, sull’animazione giapponese e sulla divisione manichea tra cultura alta e cultura bassa, tra intrattenimento per bambini e quelle per adulti, furono spazzate via con un colpo di alabarda spaziale. Sono stati scritti un sacco di libri, soprattutto in Italia, sulla sua importanza, pagine e pagine di cultura pop che mostrano gli effetti e il cammino di avvicinamento a questo tsunami cognitivo.
Ecco a voi alcuni punti che cercano di riassumerne l’importanza.

1. Il primo robot
Potrà sembrare banale, ma Goldrake era il primo robot giapponese a fare la sua comparsa nella televisione italiana e probabilmente anche uno dei primi cartoni giapponesi. E la prima, volta, si sa, non si scorda mai. Fu preceduto da Kimba, Heidi, i Barbapapà, ma un gigantesco robot che prende a pugni mostri grandi come lui non s’era mai visto, fu un vero e proprio shock culturale, un imprinting che ha legato a doppio filo Goldrake con l’Italia. Ogni generazione ha ovviamente avuto il suo robot preferito e ogni spettatore e legato in particolare a quel cartone che per primo lo ha emozionato, ma Ufo Robot è stato il primo a mostrarci supermosse, personaggi incredibili, mostri spaziali e poi c’era quella sigla che diventò in poco tempo la più cantata in tutte le scuole.

2. Una storia diversa
Fino a quel momento i cartoni animati erano considerati fondamentalmente roba per bambini. Certo, alcune fiabe potevano avere momenti più drammatici, ma tendenzialmente un cartone animato era una storia allegra con disegni colorati, personaggi semplici e lieto fine. Goldrake invece ci mostrava un personaggio tormentato che combatteva nemici che arrivavano dallo spazio. Il tema di Actarus, straniero in terra straniera, che cerca di aiutare il popolo che lo ospita conteneva il potenziale per scatenare riflessioni filosofico-politiche che fino a quel momento erano ben lontane dalle serie animate. Goldrake era un cartone con moltissimi livelli di lettura, non era una roba per bambini, era la prova che si poteva fare intrattenimento d’evasione senza per questo rinunciare a qualcosa di più alto, senza tradire a dei contenuti che potessero piacere a più fasce di pubblico. Ecco perché, vuoi per la novità, vuoi per la sua universalità, lo guadavano anche spettatori molto più grandi.

3. Le polemiche
Proprio per questa dissonanza tra l’immagine di un cartone animato e i contenuti Goldrake fu al centro di furiose polemiche. In parte questo era anche legato al fatto che rappresentava qualcosa di nuovo, completamente diverso e quindi non incasellabile secondo i costumi dell’epoca, quindi andava rigettato. Come spesso accade un esercito di genitori preoccupati, benpensanti, educatori, giornalisti e ovviamente politici iniziarono un bombardamento di fila che culminò con una interrogazione parlamentare che puntava alla chiusura della trasmissione. Seguì poi la famigerata “Crociata di Imola” in cui 600 genitori della città emiliana inscenarono una protesta con tanto di raccolta firme che finì sui principali giornali.
La polemica si sparse a macchia d’olio e ovviamente Goldrake e i cartoni giapponesi furono accusati di traviare le giovani menti, ispirare violenza e intaccare l’italico valore di storie nostrane, come Pinocchio. Ignoranza e terrorismo psicologico, veicolato anche attraverso leggende metropolitane di bambini che si lanciavano dalla finestra fingendosi Actarus, erano all’ordine del giorno. Per fortuna i dirigenti Rai e delle tv private tennero duro, aiutati da ascolti e indici di gradimento mai visti. Fra i pochi che cercano di analizzare il fenomeno senza paranoie c’è, a sorpresa, Gianni Rodari, che con un guizzo non da poco paragonò Goldrake a Ercole e agli eroi classici, intuendone le somiglianze mitologiche e la capacità di creare una nuova narrativa epica.

4. Spezzare l’egemonia
Goldrake fu anche fondamentale perché fu il grimaldello con cui la televisione italiana spezzò l’egemonia degli Stati Uniti nell’influenza del nostro immaginario. Dopo Goldrake infatti i cartoni animati giapponesi investirono come un fiume in piena le nostre televisioni, soprattutto quelle private, che non vedevano l’ora di riempire gli spazi vuoti del proprio palinsesto. Fu una svolta nel panorama dei mass media europei che si slegava dall’occidente e si apriva a una cultura completamente nuova che vedeva nei cartoni animati una forma di intrattenimento differente. Se il racconto occidentale ci parlava di draghi, quello giapponese ci descriveva anche il tormento del drago, se da una parte il bene e il male erano chiari dall’altra c’era sempre spazio per le zone di grigio. In un certo senso si può dire che proprio grazie a queste trasmissioni la tv privata iniziò a prosperare, offrendo, con adattamenti spesso drammatici, una mole di contenuti che fino a quel momento ci era completamente sconosciuta. Fu un po’ come scoprire l’intera gamma della cucina mondiale dopo aver mangiato per anni solo brodo di pollo.

5. Una cultura di massa
Gli effetti di Goldrake e dei suoi successori in Italia li vediamo ancora oggi. Non esiste quarantenne che non conosca i circuiti di mille valvole e l’insalata di matematica, che non conosce l’alabarda spaziale e che non sia in qualche modo legato ai cartoni animati giapponesi. Fu uno dei primi cartoni a sdoganare un merchandising a 360° che ancora oggi alimenta mercatini di appassionati e ricerche nelle proprie camerette di gioventù. La permeabilità di Goldrake e compagni nella società italiana ha avuto un effetto curioso e interessante: li ha resi una lingua franca che travalica le classi sociali, il livello di istruzione e l’ambiente lavorativo. Il fornaio e l’avvocato possono non aver alcun punto in comune, ma mettili uno di fronte all’altro a parlare di Goldrake e Mazinga e stai sicuro che potranno andare avanti per ore discutendo su quale fosse il loro cartone preferito, quale la sigla che ricordano meglio e quale il giocattolo che, insospettabilmente, fa bella mostra di sé su una mensola, recuperato dalla cantina.

Prime rapide considerazioni sulla stagione Inverno 2018

Prime rapide considerazioni sulla stagione Inverno 2018 Bene, dal 2016 si assiste a un recupero della qualità tecnica degli anime, visto il punto basso raggiunto nel 2015. Forse inevitabile recupero.
Bando alle ciance, gli anime da vedere e conservare sono molti, a partire dalle corazzate Violet Evergarden, Darling in the Franxxx, Koi wa Ameagari no You ni e Kokkoku e Mahoutsukai no Yome tecnicamente senza dubbio perfetti o quasi. Ma di sicuro non ne conserverò nessuno di essi. Non Koi, scontato; non Kokkoku, che non rientra negli stili da me più apprezzati; non Darling in the Franxxx (almeno per ora) e non Violet, che avevo iniziato a conservare fino all’ultimo episodio pubblicato su Lovely, la storia d’ammmore tra la principessina-bimba e il principotto gagà, mi ha fatto passare la voglia di tenerlo. Nella realtà post-Prima Guerra Mondiale (o roba del genere), vedere il popolicchio di una nazione appena uscita da una guerra di tre-quattro anni piagnucolare per le melense letterine tra principina e principotto, mi ha un poco urtato. In queste storia ha più coerenza e serietà una serie come Tanya il Diavolo. Le melensità un po’ lolycon d’alto bordo proprio no, non le digerisco. Infine, Mahoutsukai no Yome, diciamocelo, è diventato tedioso.
Discorso a parte Hakumei to Mikochi (dei Kanji), felice combinazione tra tecnica e narrazione, il migliore della stagione assieme a Karakai e Violet, non lo conservo, ma penso di recuperarlo una volta svuotati gli HD del PC.
Quindi conserverò serie più consone ai miei gusti, orientati alla commedia contemporanea: Yurucamp, Karakai Jouzu no Takagi-san (dei Tonkatsu), Ramen Daisuki Koizumi-san, Dagashi Kashi 2 (dei Whine se si danno una mossa) (con prima serie da recuperare e conservare), Mitsuboshi Colors, Slow Start (dei TnS, e qui mi chiedo quando Krosis completerà Hinako Note? Non mi interessano qui i lavori di altri fansub), con forse un recupero di Sora yori mo Tooi Basho (troppo scientifico per i gokudipendenti). Forse serie noiose, per qualcuno abituato appunto a Goku et similia (Nanatsu no Taizai, davvero? Visto il primo episodio introduttivo della serie di questa stagione, ho avuto un moto di ribrezzo, lo stesso stile da Arale & Dr Slamp, stessa faccetta gokuesca. No grazie!) Ma a me paiono divertenti e ben fatti. Gradevoli sono Citrus, Ryuuou no Oshigoto!, Takunomi (commerciale puro, ma divertente) e Miira no Kaikata, ma non li conserverò: francamente il PC ha uno spazio limitato (sebbene abbia 4 HD), e devo fare delle scelte, tanto più che tra le serie precedenti scaricate e da guardare, ho scovato un autentico gioiello curato dall’Aozora Team, Hanasako Iroha (e qui altro che Koi wa Ameagari no You ni).
Altre serie da seguire sono Basilisk: Ouka Ninpouchou (ma non è nel mio sentire conservare serie sanguinolente), 3-gatsu no Lion 2 e Osomatsu-san, ma sono seconde serie, con la prima licenziata, quindi niente imboscamento nell’HD pure per esse; idem per il molto bello Fate/Extra Last Encore e stesso discorso per ClassicaLoid 2 e Gintama (perché troppo lunghi), mentre Gakuen Babysitters e Sanrio Danshi sono troppo melensi (sebbene il primo sia una spanna superiore alla paccottiglia che è il secondo; No davvero, HelloKitty per studenti di 18 anni?)
Killing Bites, Hakata Tonkotsu Ramens, Death March kara Hajimaru Isekai Kyousoukyoku e Grancrest Senki, sono autoconclusivi, una volta vista tutta la trama svolta, non serve rivederseli, anche se Death March offre qualcosa in più della trama autoconclusiva, mentre Grancrest diventa sempre più antipatico. Infine, mentre Beatless, che penso di conservarlo solo per riguardarmelo al più presto, IDOLish, Gin no Guardian 2, Hitori no Shita: The Outcast 2 e Spirit Pact possono essere cancellati una volta visti, e senza patemi d’animo.
Se delle altre serie non parlo è perché o sono in streaming, e non seguo che poche volte delle serie in streaming, o perché non m’interessano proprio.

12 anime da evitare

Ci sono molti anime terribili in giro, ed alcuni sono decisamente inguardabili: animazioni pessime, trame insensate e personaggi piatti, ed ecco cosa evitare.

Soujuu Senshi Psychic Wars, trasmesso il 22 febbraio 1991 e prodotto da Toei Animation. Un chirurgo riceve poteri profetici per combattere dei demoni dal lontano passato; perché? Non si sa. Dalle movenze rigide, l’anime non presenta i personaggi e non descrive la trama.

Dark Cat, trasmesso il 28 novembre 1991 e prodotto da Nikkatsu, anime para-hentai dalle bizzarrie sessuali dei tentacoli demoniaci. Il tutto oscilla tra commedia, horror e porno in modo incoerente nell’ambito di una storia sconnessa.

Byston Well Monogatari: Garzey no Tsubasa, trasmesso il 21 settembre 1996 e prodotto da J.C.Staff. Sebbene del 1996, sembra realizzato nel 1980. Il protagonista Chris Chiaki finisce nel medioevo in guerra. Più che altro si tratta di un brutto fantasy, senza senso e che si conclude con una “cavalcata verso il tramonto” alquanto bizzarra.

Neia Under 7 (2000), anime di 13 episodi della Geneon Entertainment, risulta noioso ed irritante. L’animazione è scadente, dove i personaggi hanno movenze irrealistiche, per giunta cambiando aspetto mentre si muovono. La colonna sonore non è da meno. La storia è semplice: un alieno vive nella casa dei protagonisti, ma la storia non si sviluppa e non accade sostanzialmente nulla. Il punto culminante dell’anime è l’episodio in cui i due hanno un appuntamento. L’anime merita il premio Personaggio più fastidioso di sempre. Neia è una ragazzina chiassosa (è l’aliena, ma non fa niente di speciale) ossessionata dal cibo. I personaggi collaterali sono anche peggio. Un ragazzo indiano dalle frasi insensate e senza alcun ruolo, del tutto improbabile e piatto. L’unico di rilievo è Mayuko, che scopre Neia all’inizio, ma che poi scompare in sostanza.

Vandread (2000), GONZO è noto anche per i suoi fallimenti imbarazzanti, come Vandread, serie di 26 episodi, ambientato in un universo in cui uomini e donne vivono in pianeti diversi: Merjere per le donne e Taraak per gli uomini. Un giorno, si scontrano e cercano di ritrovare la strada per tornare al sistema da cui provenivano. Da manga interessante, l’anime si tramuta in fuffa, con un comparto tecnico sconnesso e confuso, salti tra sequenze oniriche, realtà, passato e presente senza ordine logico, portando 24 episodi dopo a non aver idea di come si concluda. Atsuhiro Tomioka, che aveva poi collaborato nelle sceneggiature di Chrono Crusade (2003), Fairy Tail (2009) e Pokemon (1998), aveva steso una sceneggiatura incapace di tenere su un filo narrativo. Takeshi Mori, disegnatore di Eureka Seven (2005), Noein (2005) e Rumbling Hearts (2003), anche qui doveva attenersi a ciò che sa fare meglio, i disegni, invece di tentare di pianificare la serie, che risulta rigida e goffa dai colori eccessivi con infusione di 3D rozzi, completando il disastro, dato anche la qualità complessiva dell’animazione vera e propria.

Comic Party (2001), serie di 13 episodi prodotta da Oriental Light and Magic, e sostanzialmente uno dei peggiori anime mai realizzati. Animazione schematica e sciatta con sfondi semplicistici e monotoni. Come in Neia Under 7, i movimenti sono difettosi e rigidi. La colonna sonora è mediocre, con musiche di sottofondo sgradevoli “il peggio che abbia mai sentito fino ad oggi”, assimilabile a una raccolta di file MIDI. La storia sembra promettente ma deraglia da subito. I personaggi cercano di scrivere un proprio manga, ma questo aspetto viene ignorato per concentrarsi sui personaggi, la cui vita però non vede nulla di particolare e dall’umorismo insulso e privi di qualcosa che sia attraente, anzi appaiono fastidiosi o prevedibili, e di cui infine non si viene a sapere nulla.

Generation of Chaos, trasmesso il 5 settembre 2001 e prodotto ancora da Idea Factory. OVA che faceva da prologo a un videogioco omonimo. Rappattuma due storie sconnesse, sulla falsariga di Pokémon, realizzate in CGI e con animazione 2D riciclata almeno due volte in cinque minuti. L’impressione generale è di un brutto RPG della Super Nintendo, con degna colonna sonora. Da evitare.

Love Hina Again (2002), sequel della serie di 24 episodi Love Hina (2000), a sua volta sommersa di critiche. 3 gli OVA Love Hina Again, che XEBEC aveva creato puntando al semplice fanservice. “Un problema con molti anime harem è perché tante ragazze s’innamorino del personaggio principale. Qui è ancor più sconcertante. Keitaro è bello e lavora sodo, ma è tutto qui. Non ha senso dell’umorismo e neanche è orgoglioso del proprio aspetto. La cotta di Shinobu è l’unica che abbia senso, dato che l’aiuta a studiare. Il resto della storia è incomprensibile. La sorellastra di Keitaro sembra controllare lo stabilimento balneare di famiglia e compete con Naru per avere l’affetto di Keitaro, ma senza impegno”. Gli OVA cercavano di occupare troppe nicchie finendo nel caos, con aspetti illogici come un gatto volante e parlante, e personaggi con mitragliatrici in tasca, finendo con un lato ecchi decisamente imposto e greve. Il manga era molto più realistico e credibile. L’animazione in sé è decente dai colori vibranti e movimenti fluidi, ma non salva la situazione. I personaggi sono disegnati con gusto. Kanako è la più attraente delle donne… peccato la personalità ripugnante. Kitsune assomiglia a Brock dei Pokemon senza mai aprire gli occhi. Nel manga, gli occhi sono un suo attributo molto importante!

AIR Movie (2005), film che riprende i 13 episodi dell’omonimo anime, condensandolo in un’ora e mezza. Il supervisore artistico Osamu Honma modificò i characters dei personaggi, immersi ancora una volta tra colori eccessivamente accesi. La Toei Animation però riusciva a far peggio, l’animazione di un prodotto del 2005 sembrava quella di anime degli anni ’90, dagli effetti video scadenti, oltre la sceneggiatura debole. Nel complesso, rispetto alla serie TV, non era all’altezza per interesse ed emozioni. Tra l’altro, la colonna sonora, spesso il punto forte in qualsiasi produzione, qui è scadente, anche rispetto alla serie televisiva.

Tenkuu Danzai Skelter+Heaven, trasmesso l’8 dicembre 2004 e sempre prodotto da Idea Factory, Come Marte della distruzione, Skelter+Heaven è l’adattamento di un videogioco di alieni che attaccano la Terra. Come il precedente ha una CGI pessimo e l’animazione 2D non è meglio; spesso solo le bocche dei personaggi si muovono, come nei cartoni animati di Hanna-Barbera. Episodio singolo di 19 minuti, non vede succedere nulla. Da evitare.

Hametsu No Mars (Marte della distruzione), è notissimo per la sua orribile bruttezza, per fortuna è un singolo episodio, trasmesso l’8 luglio 2005 e prodotto da Idea Factory. Perciò andiamo avanti.

Hanoka, prodotto nel 2006 da RAMS. Anime interamente realizzato in Flash, riguarda ancora l’umanità attaccata da creature malvagie da sconfiggere con le super-armi.

Pupa, prodotto nell’inverno 2014 da Studio Deen. Nato da un manga cult horror, la trasmissione dell’anime fu rinviata di diverse settimane, e non a caso. Anime senza storia di una ragazza trasformata in bestia che si mangia il fratello immortale, per sopravvivere; uno show di depravazione fine a se stessa. “È come osservare Tokyo Ghoul da ubriaco e faticare a descriverlo la mattina seguente a un’amica… mentre la si mangia”.

Vampire Holmes, prodotto nella primavera 2015 da Studio Cucuri. Anime su un detective dai poteri sovrannaturali adattato da un gioco per cellulare. Invece di risolvere i casi, Holmes e Hudson trascorrono il tempo in panciolle in un appartamento di cui si rifiutano di pagare l’affitto. Animazione scadente per la più blanda commedia mai vista. Singolo episodio di mezz’ora di tempo sprecato.